Emma Dante sceglie il Piccolo teatro Grassi di Milano per consegnare alle scene L’angelo del focolare, dramma marcatamente sociale e dunque feroce.
La stanza è assorta nel buio, illuminata solo da un fascio di luce bianca, tagliente. Sotto di essa, riversa in terra, come un fantoccio, una donna in indumenti da casa e da lavoro. Costei è inerte e inerme, involucro steso e contratto, come l’incarto di una leccornia gettato, con incuria, sull’asfalto. È l’incipit corporeo de L’Angelo del Focolare, il nuovo dramma della regista e drammaturga Emma Dante al debutto presso il Piccolo teatro Grassi.
La donna, una moglie, una madre, rinviene da un insondabile profondo oscuro, mentre il vuoto tutto intorno a lei, poco a poco, si riempie di voci, di oggetti. Lo sguardo rifugge la scena stessa, ci si immagina nei di lei panni, mentre si torna alla vita, come per inerzia, richiamati dalla voce supplichevole e lamentosa di un figlio.
L’angelo del focolare, una imponente Leonarda Saffi, si eleva e staglia sulla scena come una montagna bianca e solenne. Il suo viso, acqua e sapone, e però segnato su un lato da una vermiglia sciara di sangue e vene scoperte violaceo bluastre.
La donna è l’angelo del focolare suo malgrado, costretta al tepore soffocante d’una cucina, del bucato da stendere e stirare, del bagno e del pavimento da pulire, piegata sulle ginocchia. Il suo focolare è un purgatorio fiammeggiante di violenza becera, maschilismo putrido, convivenza tossica in loop e senza requie.
Una donna condannata all’infelicità e le tribolazioni da un uomo. il marito, esempio caricaturale ed estremo del maschio alfa, dominatore e brutale, impersonato dalla stentorea figura di Ivano Picciallo. Un personaggio respingente e nel quale è riversato quanto c’è di peggio del maschile.
La donna si avviluppa a quel poco d’umanità che la sua relegata esistenza ancora le concede: l’attaccamento strenuo ad un figlio fragile, femmineo e diverso e il conforto d’una suocera dal vissuto doloroso ma lo spirto aperto e accogliente. Nonostante le ingiuste recriminazioni dell’uno e l’audacia tardiva dell’altra.
Sul figlio e la suocera, nella leggiadria caotica prodotta dagli attori David Leone e Giuditta Perriera, Dante riversa buona parte dei suoi stilemi teatrali noti. Il ragazzo che si ingozza di patatine per placare la sua fame di personalità. La suocera che trasforma il pianto funereo ed un parlare fitto di detti e gesti amari, in effige concreta d’una consapevolezza ineluttabile.
Dante rincorre le ore dell’efferatezza, ne mantiene vividi gli accenti maneschi e sanguinosi. Il terrore ad assistervi si consuma palpabile, non rimandabile ne retorico, disturbante.
La donna filtra la vita attraverso il bagliore lontano di ciò che era, della
libertà che, solo assaporata, avrebbe voluto effettivamente sperimentare. Ciò che l’uomo incontrato, con ignoranza e coercizione, le ha sottratto, a mezzo del membro maschile, che punta la donna e Bang Bang, tu spari a me con mestizia nella voce di Dalida. Le di lei piccole ribellioni si tramutano in eroiche sconfitte.
Non c’è speranza, pura, coinvolgente o melensa che sia, a pervadere. L’angelo del focolare, ingabbiato tra vesti bianco lutto, danza da sola sotto luci stroboscopiche, come nell’estasi orrorifica degli spasimi e del tormento subito, ivi si moltiplica e dispare, guizza e posa come fantasma, sorride e par domandare perché, senza che vi siano più spazio e tempo per una risposta.
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