Il direttore del corpo di ballo del teatro Massimo di Palermo, Jean-Sebastien Colau, cerca nuove ispirazioni coreutiche tra i suoi tersicorei e scomoda l’Olimpo per una eclettica serata di danza.
Una serata dedicata alla creatività coreutica, traendo ispirazione dall’Olimpo del mito classico e contemporaneo. Con tale meta il teatro Massimo di Palermo, nella persona del direttore del corpo di ballo Jean Sebastien Colau, assegna a tre danzatori stabili della fondazione lirica uno spazio d’ideazione ed estro. A cogliere l’occasione e lasciarsi cogliere dalla sfida coreografica, per quest’unica replica del 29 giugno, sono Marcello Carini, Alessandro Cascioli e Lucia Ermetto.
Prende dunque forma Olimpo– Serata di Danza in tre atti unici. Un viaggio tra le elucubrazioni fisiche e le suggestioni culturali dei tre coreografi. Ognuna recante stilemi, linguaggi e sofisticazioni proprie alla personalità dell’artista nonché al suo vissuto professionale.
Il risultato è un apprezzabilissimo ed eclettico spettacolo in cui si da spazio e visibilità a tutto il valente materiale umano in forze alla fondazione massimina.
Marcello Carini, con il suo διάλογος – il simposio dei miti, apre la serata con una entrée parecchio vivida, pur nella compattezza dell’ensemble e nella macchinosità ritmica del movimento. Un momento coreutico d’impatto e non semplice esecuzione, che ricorda i lavori coreo-teatrali di Emma Dante.
Nella coreografia Carini, fa in modo che il dio fiume Alfeo, uno ieratico e statuario Alessandro Casà condivida, empatico, il rifiuto dell’eros e del desiderio con la ninfa Eco, Jessica Tranchina dall’eccezionale espressività nella mobilità delle braccia e delle mani. Due figure speculari nel diniego subìto che restano straziate e attonite: Alfeo dinnanzi alla fluidità inglobante e sfuggente della Ninfa Aretusa danzata da Martina Pasinotti, Eco al cospetto della falcata cervina in stile Micha Van Hoecke e alle altere pose canoviane del Narciso di Gianluca Mascia.
Lo scambio di pelle, riflessi e umori si impregna di musica tecno, stagliandosi in una tridimensionalità argentea, dissimile eppure pedissequa, tra
Narciso e il duale mito vittoriano di Dorian Grey, l’incantevole Michele Morelli. il barocchismo coreografico di Carini, snervante nelle ripetizioni sottolineate e lirico nella mise en scene tracima nella Medea di Francesca Bellone, in fuga, a chiusura del sipario, verso l’aurora della propria colpa vittoriosa, su la linea drammaturgica dell’aria la Mamma Morta dall’Andrea Chénier di Giordano per la voce di Maria Callas.
Il secondo quadro celebra l’Olimpo riscoperto della poesia italiana, l’ineffabile e luminosa poetessa Alda Merini. Lucia Ermetto trasforma le parole del celebre componimento dell’artista meneghina “sorridi donna” in un quadro di danza e balletto intitolato Donne.
L’intimo inno alla donna di Merini è interpretato da Ermetto con un susseguirsi di assoli, pas de trois e pas d’ense
mble che raccontano la vita e le sfaccettature del femminile. C’è la sempiterna freschezza della fanciullezza, l’evanescente etereo dolore della vulnerabilità, l’esplosione generatrice (nell’assolo brillante en pointe di Martina Pasinotti), il malizioso e giocoso connubio delle chiacchiere da thè nel boudoir (sfiziosissimo pas de trois in leggiadri lazzi e panché che evoca Jiří Kylián). Il linguaggio coreutico scelto è quello della tecnica classica pura, accademica, da composizione di sala.
L’aria “lascia la spina cogli la rosa” dall’oratorio del trionfo del tempo e del disincanto di Haendel chiude il quadro con una morbida celestiale gestualità asservita alla lingua dei segni. Si comunica
l’intensità del sentire d’una donna, il suo protendersi senza remore all’amore e l’accoglienza verso l’altro. L’idea di Lucia Ermetto appare ambiziosa, ispirata nella realizzazione finale, sicuramente in divenire.
L’ultimo quadro della serata, dal titolo “Colui che scioglie” porta invece la firma di Alessandro Cascioli. Il colui del titolo è il satiro danzante incarnazione, nella versatilità di Emilio Barone, della celebre statua bronzea ritrovata nelle acque di Mazzara del Vallo.
Cascioli lavora sulla coreografia cesellando con perizia da sapiente narratore coreutico, in agilità en l’air, lift pittorici e compenetrazioni intricate, musicali e scultoree tra i corpi dei danzatori. La danzatrice Yuriko Nishihara, sua incontrovertibile musa, d
a immagine candida e concreto lirismo ad una eletta, principessa dal sorriso spento in una corte di personaggi oscuri e bifronti. A salvarla da tale tumulazione, il satiro che, suadente e plastico, danzando ne fa la sua baccante.
L’idillio della fanciulla con il satiro si riversa all’interno del pas de deux tra l’apollineo, ancora lo sfolgorante Michele Morelli d’oro incastonato, e il dionisiaco, nell’erculea maestosità di Vincenzo Carpino inguainato nella calzamaglia color vinaccio ma lucente nel suo copricapo a mezz
a sfera come un rubino. L’egida rigida degli opposti si incrocia e risolve in una fertile armonia coreografico-gestuale, insieme spinta e garbata. La citazione è all’Amedeo Amodio dei lavori Massimini. I 4 danzatori divengono così un unicum imprescindibile, una sola entità capace di attraversare e riempire la scena di un significato espanso, non univoco, perciò sincero.
Non si avverte l’assenza e, dunque, la mancanza dell’orchestra nella buca. All’Olimpo in danza è lasciata piena libertà di scegliere, autonomamente e secondo esigenze, passione e gusto dell’estro creativo, da quale musica e da quale canto lasciarsi cullare, accompagnare, ipnotizzare e ossessionare. Un Olimpo scevro della gabbia dell’esecuzione manuale.
Lo spettacolo è ben accolto ed applaudito dal pubblico in sala. La presenza sul palco, al termine di ogni quadro, del direttore del ballo Jean Sebastien Colau va a sugellare la volontà del teatro Massimo di investire sempre più sulla danza e sui talenti che nel teatro hanno trovato spazio artistico, opportunità e supporto. 
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