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Recensione: A un metro da te

Se il binomio amore/malattia appare abbastanza inflazionato, A un metro da te propone una situazione un po’ diversa. Difettoso, ma suo modo divulgativo.

Five Feet Apart, USA, 2019  di Justin Baldoni con Haley Lu Richardson, Cole Sprouse, Moises Arias, Kimberly Hébert Gregory, Parminder Nagra, Claire Forlani, Cynthia Evans, Emily Baldoni

Dopo Colpa delle stelle, Io prima di te, Noi siamo tutto, Il sole a mezzanotte – Midnight Sun (e, volendo, anche Qualcosa di buono, il cui target però è leggermente diverso), A un metro da te è ancora un teen movie d’impronta drammatica (ma stavolta il copione di Mikki Daughtry e Tobias Iaconis non ha una matrice letteraria) che da un lato cavalca una discutibile “moda”, dall’altro avvicina il pubblico giovane alle situazioni più difficili dell’esistenza, elargendo perfino circostanziate nozioni mediche.

Quando Stella (Richardson), affetta da fibrosi cistica e abituata a seguire disciplinatamente le terapie nella speranza d’un trapianto di polmoni che allunghi la sua aspettativa di vita, incontra in clinica l’ombroso Will (Sprouse), che ha una brutta variante della stessa patologia, l’incompatibilità caratteriale pare inevitabile. Tuttavia la reciproca curiosità spinge i ragazzi, sempre con le cannule dell’ossigeno a portata di mano, a conoscersi meglio, finché lui, un po’ artistoide, le promette di curarsi con maggiore costanza se lei gli farà da modella per un ritratto. La tenera simpatia che si sviluppa è avvilita dalla consapevolezza che i due, per evitare contagi, devono mantenere una distanza di sicurezza.

L’intento dichiarato di A un metro da te è commuovere, e in tal senso sono disegnati pure i personaggi secondari – ulteriore amico malato Arias, l’infermiera Hébert Gregory, le mamme Evans e Forlani, la dottoressa Nagra (Sognando Beckham) –, tuttavia l’aggiramento delle norme igieniche e le condotte incoscienti (nel gelo, poi) sottraggono credibilità.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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