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Recensione: Animali fantastici – I crimini di Grindelwald

Seconda avventura pre-Potter dell’umile Scamander. La meraviglia delle immagini non è in discussione, sulla scorrevolezza si potrebbe fare di più.

Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald, GB/USA, 2018  di David Yates con Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Johnny Depp, Dan Fogler, Alison Sudol, Jude Law, Ezra Miller, William Nadylam

Animali fantastici – I crimini di Grindelwald è il secondo prequel (di cinque…) della saga di Harry Potter, scritto anche stavolta da J.K. Rowling (che come sceneggiatrice si dimostra ulteriormente arruffona); al centro di nuovo il tenero e progressivamente cosciente cercatore di buffe e fantasiose bestiole – qui relegate in un angolo, a parte gli “snasi” – Newt Scamander, al quale continua a prestare il volto Eddie Redmayne, di ritorno in Europa nel 1927.

Ripreso dal più coscienzioso fratello Theseus (Callum Turner), compreso dalla cognata e vecchia amica Leta (Zoë Kravitz), partecipa all’azione di contrasto alle mire del folle mago Grindelwald (un riconfermato Johnny Depp in versione ariana che non per niente, nel suo odio verso gli umani/babbani, esprime, anticipa, paventa e certifica sentimenti para-nazisti nella sequenza più inquietante e riuscita del film), evaso e pericoloso.

L’aiuto delle antitetiche sorelle Goldstein (Katherine Waterston e Alison Sudol) servirà anche stavolta? E quello del goffo pasticciere Kowalski (Dan Fogler)? Con chi si schiererà l’instabile e conteso Credence (Ezra Miller, ingessato dal ruolo), in fuga con l’altra “artista da circo” Nagini (Claudia Kim)? E che parte ha in tutto ciò il misterioso Yusuf Kama (William Nadylam)?

Tanti personaggi e una buona percentuale di divi (aggiungiamo un sornione Jude Law nei panni del “giovane” Albus Silente), confezione abbagliante, soggetto da soap, andamento non esattamente leggiadro. Lo sosteniamo dal 2007, senza cattiveria: David Yates non è un regista minuzioso, e il timone di Animali fantastici – I crimini di Grindelwald gli sfugge spesso.

 

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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