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Recensione: La belle époque

Al secondo film da regista, Bedos rilancia qualche tòpos. La belle époque insiste sul concetto sempre più indistinguibile di finzione, quindi è à la page.

id., Francia, 2019  di Nicolas Bedos con Daniel Auteuil, Doria Tillier, Guillaume Canet, Fanny Ardant, Pierre Arditi, Denis Podalydès, Lizzie Brocheré, Bruno Raffaelli

Il precedente di Nicolas Bedos (tipo relativamente controverso in Francia), Un amore sopra le righe (2017), si segnalava per la discreta originalità nell’organizzare una serie di potenziali cliché. Dote rinsaldata (insieme ad altro: nomi, temi…) dall’opera seconda La belle époque, da lui egualmente sceneggiata, stavolta senza la splendida ex-compagna Dora Tillier, di nuovo nel cast.

In questo caso l’autore non vi recita, lasciando campo a un sublime Auteuil, scrittore e disegnatore idealista e squattrinato (per non dire fallito), avverso alla tecnologia galoppante, del tutto dipendente dalla moglie psicologa, immersa nella modernità e manifestamente stufa (una spiritosa Ardant), non per niente fedifraga. Il nostro, su invito, s’affida a un suo ammiratore (Canet), il quale ha messo su una curiosa impresa che, non badando a spese, riallestisce scenograficamente le epoche in cui i clienti vorrebbero (ri)vivere per almeno un giorno, circondandoli di attori appositamente guidati. Victor (così si chiama il protagonista) non ha dubbi: sceglie il 1974, quando incontrò la sua ormai inacidita Marianne (ri-impersonata dalla Tillier).

Un meccanismo – esaltato dalla parallela crisi amorosa tra il demiurgo e la “diva” del suo singolare staff – che non impone rigidi steccati: si entra e si esce agilmente (tramite ironia o inconvenienti tecnici) dalla finzione (eloquente l’incipit), peraltro diversamente trattata da parecchi film recenti. La belle époque è un lavoro perfezionabile, che si avvale comunque dei riconfermati comprimari di lusso Arditi e Podalydès.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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