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Recensione: Sarah & Saleem – Là dove nulla è possibile

Una relazione pericolosa (e adultera) tra un’israeliana e un palestinese sfida la vacuità d’ogni conflitto. Sarah & Saleem – Là dove nulla è possibile colpisce.

The Reports on Sarah and Saleem, Palestina/Germania/Olanda, 2018  di Muayad Alayan con Sivane Kretchner, Adeeb Safadi, Maisa Abd Elhadi, Ishai Golan, Rebecca Esmeralda Telhami, Mohammad Eid, Kamel El Basha, Hanan Hillo

In un’epoca ingrata in cui i conflitti religiosi e territoriali non accennano a scemare (soprattutto quelli secolari), il palestinese Muayad Alayan, già autore del più lieve ma non per questo meno eloquente Amore, furti e altri guai (2015), in Sarah & Saleem – Là dove nulla è possibile illustra il rapporto prevalentemente fisico (in quanto significativamente incentrato sull’attrazione e sul sesso) tra una barista israeliana (Sivane Kretchner) e un fattorino palestinese (Adeeb Safadi) nella turbolenta Gerusalemme.

I loro furtivi incontri avvengono la sera, nel furgone con cui l’uomo fa le consegne (anche a lei). Il fatto che abbiano entrambi una famiglia non fa che rendere più perigliosa la situazione clandestina. In particolare, una è sposata con il rigido colonnello David (Ishai Golan), l’altro con la studentessa Bisan (Maisa Abd Elhadi), incinta. Una temeraria sosta in un locale di Betlemme innesca l’inevitabile precipitare degli eventi. Il contrasto di idiomi (l’ebraico e l’arabo, con l’inglese in guisa di lingua franca) esalta il clima conflittuale, con tensioni sempre pronte a esplodere (con il carrierismo e la dipendenza economica come concause) in un percorso narrativo che non esclude la speranza (affidata perlopiù alle donne).

Sarah & Saleem – Là dove nulla è possibile soffre di una parte centrale non troppo scorrevole, che comunque non compromette l’incisività del contenuto, semplice e schietto. Si nota il piccolo ruolo del “riparatore” interpretato dal solido Kamel El Basha, premiato a Venezia nel 2017 per il non dissimile – per ciò che concerne le tematiche –  L’insulto.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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