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Recensione: Se la strada potesse parlare

Storia d’amore di matrice letteraria, Se la strada potesse parlare è calato nella New York degli anni ’70. Ma è appassionatamente attuale.

If Beale Street Could Talk, USA, 2018  di Barry Jenkins con KiKi Layne, Stephan James, Regina King, Brian Tyree Henry, Teyonah Parris, Colman Domingo, Emily Rios, Dave Franco

Partendo dall’omonimo romanzo dell’attivista nero James Baldwin (mai ricordato abbastanza), Barry Jenkins, dopo i plausi raccolti con Moonlight, adatta (ridefinendo appena il finale) e dirige Se la strada potesse parlare, esemplare storia newyorkese degli anni ’70.

La diciannovenne Tish (KiKi Layne) e il ventiduenne Fonny (lo Stephan James di Race – Il colore della vittoria) si conoscono da sempre e si amano. Dopo che il giovanotto è ingiustamente arrestato per uno stupro, scoprono di aspettare un bambino. Già messa a dura prova dalle spese legali, la ragazza, commessa in un grande magazzino, comunica la novità alle famiglie, che reagiscono variamente (è la scena più tesa). In mezzo a selezionati sprazzi di passato, il regista ci mostra il percorso dei due fidanzati in un’America (ancor oggi) in transito, la dignitosa lotta della protagonista (e di sua madre, mirabilmente interpretata da Regina King, pronta a volare in Porto Rico per rintracciare la sfuggente vittima dell’abuso Emily Rios), gli (inevitabili?) espedienti meno nobili dei congiunti.

Se la strada potesse parlare sembra un magnifico refolo di Black Cinema, passato per i filoni commerciali contemporanei alla vicenda narrata e cosciente delle lezioni di Lee e Singleton. Un quadro impreziosito dall’assolo di Brian Tyree Henry, dalla complicità dei “patriarchi” Colman Domingo e Michael Beach, dalla combattività della sorella maggiore Teyonah Parris, dai significativi apporti del cameriere Diego Luna e dell’immobiliarista ebreo Dave Franco. È vero, il razzismo dello sbirro Ed Skrein può sembrare manicheo. Non importa.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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