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Recensione: Selfie di famiglia

Commediola francese della Azuelos dal sapore autobiografico. “Selfie di famiglia” non ha granché da dire, perciò sono gli attori a irrobustirla, soprattutto la luminosa Kiberlain.

Mon bébé, Francia/Belgio, 2019  di Lisa Azuelos con Sandrine Kiberlain, Thaïs Alessandrin, Mickaël Lumière, Victor Belmondo, Camille Claris, Patrick Chesnais, Arnaud Valois, Yvan Attal

Nota per aver diretto due versioni (una francese, l’altra americana) della commedia romantica LOL (ma anche per il biopic Dalida, da noi solo in tv), la regista Lisa Azuelos dirige sua figlia Thaïs Alessandrin (avuta dal collega Patrick) in un film che evidentemente contiene parecchi elementi delle sue personali vicende quotidiane. Facendosi sostituire sullo schermo da Sandrine Kiberlain (ottima attrice di singolare bellezza), l’autrice descrive con il sorriso sulle labbra la difficoltà che comporta il distacco dai rampolli che crescono.

Nella finzione, la simpaticamente confusionaria protagonista Héloïse, pur essendo separata (da Franck/Yvan Attal) e non lesinando storie di lettto, soffre in particolare per l’imminente partenza in Canada (per motivi di studio), dell’ultimogenita Jade, tra l’altro fidanzatasi alla chetichella con Louis (Mickaël Lumière), miglior amico del fratello Théo (Victor Belmondo, nella vita nipote a sua volta di… indovinate un po’?), mentre le dispute con la maggiore Lola (Camille Claris) sono all’ordine del giorno. Per enfatizzare la visione intenerita della mamma (che tenta ansiosamente di immortalare quanti più ricordi possibile con il cellulare) assistiamo in parallelo a qualche (buffo) episodio post-divorzio, quando i bambini erano ancora piccoli.

Un espediente che dà ritmo e tiene desta l’attenzione, ma è ugualmente telefonato e maschera una sostanziale mancanza di “polpa”. Rimangono la “scellerata” complicità tra le due protagoniste e la malinconica partecipazione del nonno Patrick Chesnais.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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