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The Strangers – Prey at Night, un sequel spietato

Un sequel non legato all’originale, ugualmente efficace nella messinscena. Per gli amanti del genere un lavoro “classicheggiante”. Abbiamo visto e recensito per voi  The Strangers – Prey at Night

id., USA/GB, 2018  di Johannes Roberts con Bailee Madison, Lewis Pullman, Christina Hendricks, Martin Henderson, Emma Bellomy, Damian Maffei, Lea Enslin, Preston Sadleir

The Strangers, firmato da Bryan Bertino, è uno di quei rari horror che han lasciato il segno negli anni ’00, ispirando forse La notte del giudizio. Basato su fatti reali, segue una coppia alle prese con tre assassini mascherati, che la perseguitano per il solo gusto di farlo. Stesse assurde motivazioni e medesimi inquietanti travestimenti nel sequel The Strangers – Prey at Night per il resto svincolato e diretto dal non ancora disprezzabile Roberts (The Other Side of the Door, 47 metri).

Stavolta il bersaglio dei sadici killer è una tumultuosa famigliola in procinto di accompagnare l’indisciplinata Kinsey (Madison), appena espulsa, nella sua nuova scuola. Così i genitori (Hendricks e Henderson) e il ben più contrariato fratello Luke (Pullman, figlio dell’attore Bill) si mettono in viaggio con lei, facendo una tappa notturna programmata nell’isolato camping gestito dai loro anziani zii. Dopo una macabra scoperta, sono letteralmente assediati nel loro caravan – come da copione – da due ragazze e un omaccione.

Pochi elementi, scenografia essenziale, The Strangers – Prey at Night, slasher spietato fin nel titolo – notare il gioco di parole tra prey (“preda”) e pray (“prega”) –, mantiene le promesse, giocando sullo spaesamento “contagioso” dei protagonisti. Il male, suggeriva già l’originale del 2008, è minaccioso perché illogico. Quando Luke (occhio allo spoiler!) si rivolge “trionfante” all’aguzzino (“Ho ucciso uno dei tuoi! Che mi dici adesso?”), l’altro non replica, non fa una piega, magari nemmeno conosceva la sua compagna di scorribande: nessuna confortante traccia d’umanità.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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