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Tully, la recensione di Verve

Una trama molto semplice dallo sviluppo rasserenante. Tully è una conferma dei talenti della sceneggiatrice Diablo Cody e del regista Jason Reitman.

id., USA, 2018  di Jason Reitman con Charlize Theron, Mackenzie Davis, Ron Livingston, Mark Duplass, Elaine Tan, Gameela Wright, Asher Miles Fallica, Lia Frankland

Madre sull’orlo di una crisi di nervi di due bambini, Sarah e il turbolento Jonah, appesantita da una nuova gravidanza, un po’ trascurata dall’affettuoso marito Drew, Marlo, dopo alcune titubanze, accetta – su insistenza del ricco ed esibizionista fratello Craig – il prezioso aiuto di una babysitter notturna. Le si presenta la sorridente Tully, che si rivela un sostegno non indifferente per uscire da un malcelato stato depressivo. Anzi, il confronto tra le due donne si rivela benefico per entrambe.

Plot semplice? Mica tanto, commisurandolo alla nostra epoca frenetica. E poi i precedenti copioni dell’ex-spogliarellista Diablo Cody finiti nelle (sapienti) mani del figlio d’arte Reitman (ovvero Juno e, già con la bravissima protagonista Theron, Young Adult) sono lì a dimostrare che perfino uno spunto elementare può portare lontano, se sorretto da personaggi studiati e credibili. Qui in particolare abbiamo una rassegnazione (pronta a esplodere in ira, e chissà di quale entità) che cela – ancora una volta, certo – la difficoltà di crescere, di adattarsi, di accettare i cambiamenti di una normale esistenza “senza sbocchi”, colma di rimpianti e mancanza di coraggio.

Ma la particolarità del percorso di Tully, punteggiato da sapidi passaggi (vedi quelli con la preside o sulle orecchie), sta in una partenza cupa, sempre meno speranzosa, rischiarata dall’arrivo della rassicurante ed esperta “intrusa” (Davis) che, come spesso accade nel cinema contemporaneo, sottende, con raro equilibrio, ad altre funzioni (affettive, narrative, risolutive).

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Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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