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Vita da ballerina: a tu per tu con tre ex danzatrici del Teatro Massimo

Com’è la vita da ballerina? Ce lo svelano in un’intervista leggiadra, sincera e affettuosa le tre grazie del teatro Massimo di Palermo, le ex ballerine e sempre amiche Cinzia Graziano, Carla Livio e Cecilia Mecatti

L’idea di scoprire com’è la vita da ballerina è balenata un uggioso pomeriggio di quarantena. A prestarsi alla nostra intervista Cinzia Graziano, Carla Livio e Cecilia Mecatti, deliziosi personaggi dell’arte coreutica palermitana.

Raggiungere le signore della danza per scoprire la loro “vita da ballerina” è stato semplice. È bastato aprire una finestra sulla loro odierna, vivace e laboriosa quiete. Dopo un’intera vita passata a donarsi al pubblico.

Cosa vi ha spinto ad intraprendere la nobile arte della danza?vita da ballerina

Cecilia: Ho camminato a 9 mesi (raccontato da mia madre). Non stavo mai ferma e ballavo, a mio modo, tutto il giorno. A 4 anni ho detto chiaramente che avrei voluto fare la ballerina.

I miei genitori pensavano al varietà (all’epoca c’erano le gemelle Kessler e Delia Scala in tv ) ma io sapevo che non era quella la mia idea di danza. Poco tempo dopo, l’illuminazione. La tv mandò in onda un servizio sulla scuola di ballo del teatro alla Scala. I miei capirono, e all’età di 8 anni mi iscrissero nella scuola di danza di Mara Fusco.

Non ho mai neanche immaginato di poter fare qualcos’altro nella vita, nonostante io abbia tante altre passioni. Per me la danza non è solo una passione ma una vera e propria necessità (Cecilia Mecatti)

Graziano, Livio, MecattiCarla: Beh, non so dire cosa mi spinse verso la danza. Ricordo solo che a 6 anni chiesi a mia madre ti poter studiarla e lei mi iscrisse a nuoto. A 7 anni, replicai quella richiesta e lei mi dirottò sul pattinaggio. A 8 anni, ribattei la stessa intenzione e lei mi portò a sciare.

La spuntai sulle reticenze materne solo a 9 anni; merito di una mia zia che intercedé per me facendo intervenire una coppia di suoi cari amici danzatori. Essi suggerirono a mia madre la scuola di Mara Fusco, ballerina che si era formata alla accademia Vaganova di Leningrado. Così potei finalmente placare la mia sete di danza, iniziando a frequentare i corsi regolari.

Cinzia: Sono l’unica del gruppo che non ha avuto a cuore la danza sin da subito, io ero una nuotatrice.

Facevo lezione con il professore La Marca dell’Isef. Mia madre, però, decise di iscrivere me e mia sorella al provino per l’accademia del teatro Massimo. Era un’istituzione di alto livello, rigorosa, dall’impegno reale e gravoso, livelli ed esami intermedi. Ma assolutamente gratuita. Ero piccolina e molto carina, fui presa.

All’inizio portai avanti nuoto e danza insieme, poi ne lasciai uno… mantenni la danza! Perché in quel microcosmo avevo trovato tante amiche, prima tra tutte Alessandra Lo Iacono.

La danza mi aiutava a costruire rapporti d’amicizia e questo me la rese amabile. Ma l’amore vero e proprio per l’arte coreutica scaturì con il ballerino e coreografo Ugo Dell’Ara, che subentrò come insegnate alla moglie Wanda Sciaccaluga. Noi, del corso dal costumino bianco, eravamo le sue predilette. Lui ci faceva assistere alle prove e alle messe in scene  dei balletti, ci dava l’opportunità di far lezione sul palcoscenico. Accresceva in noi la passione per la danza rendendoci testimoni dirette di tutto ciò che le concerneva.

Quale episodio o esperienza della vita professionale, ricordi con più emozione, affetto, divertimento o nostalgia?

Cecilia: L’apertura del sipario è un’emozione che si rinnova sempre, a prescindere dall’importanza del ruolo o del quadro coreografico cui si prende parte.  Ci tengo a precisare d’esser onorata e fortunata d’aver fatto parte, tutta la vita, di un corpo di ballo ma è innegabile che solo il ruolo da primo ballerino permette davvero ad un artista di esprimersi come interprete.

All’uopo il ricordo più bello è legato al balletto Alleluja erotico creato, per me, dal mio adorato maestro Ricardo Nuñez. In quel balletCinzia, Carla e Ceciliato (tratto da un dramma di Garcia Lorca) mi si chiese d’essere : comica e spudorata, appassionata e poi disperata. Tutto questo iter interpretativo mi ha appagato totalmente.

Insieme al mio partner Fabio Molfesi abbiamo vissuto momenti indimenticabili. Ho avuto altre volte occasione di interpretare bellissimi ruoli ma questo resta il più completo per me.

Carla: Il primo episodio nell’arte, che ricordo con emozione affetto e nostalgia, risale ai miei 17 anni. Da poco diplomata alla scuola di Madame Mara, ero stata inserita nella sua compagnia di balletto. Si portava in scena il Don Chisciotte, su musiche di Minkus e coreografie di Petipa. Accadde che lei si fece male ad un ginocchio e chiese a me di sostituirla. Danzai così da protagonista, nel tutù a ruota di Kitri, in coppia col ballerino dell’Opera di Bucarest Dan Moisev, in tante repliche di questo ardimentoso e brillante balletto classico.

Cinzia: Ricordo il divertimento nella messa in scena delle operette, ove l’atmosfera era rilassata, leggera, e si rideva a crepapelle. Poi le avventure con gli spettacoli promozionali dell’intera compagnia del ballo, nei luoghi più assurdi dell’entroterra siciliano o sulle isole minori: Ustica, Lipari, Marianopoli, San Mauro Castelverde, Pollina, Lercara Friddi (con la neve). Ore ed ore di pullman, indossando i costumi in camerini di fortuna, esibendoci sulle pedane smontabili e con l’ausilio di strumentazioni itineranti del Massimo.

Spesso, dopo tanto viaggiare, arrivavamo a destinazione stanchi e “chinetosi” e subito dovevamo indossare le punte per affrontare lo spettacolo. Portavamo, però, la danza ed il balletto in luoghi dove erano sconosciuti. Erano esperienze forti, ma appaganti.

Racconta il tuo vissuto professionale e riassumilo in un aggettivo.

Cecilia: Sono entrata a 16 anni nel corpo di ballo del teatro La Fenice di Venezia, allora diretta dal grande maestro Eughenj Poliakov. Esordii su quel palco, quale contadinella amica di Giselle, nell’omonimo balletto. Primi ballerini in quella produzione, due vere star  Rudolf Nureyev ed Elisabetta Terabust. Purtroppo, dopo un anno la compagnia si sciolse, cominciai a lavorare da freelance in molti teatri italiani tra cui l’ATERBalletto di Reggio Emilia , Il teatro San Carlo di Napoli , l’Arena di Verona e il teatro Massimo di Palermo dove, infine, vinsi il concorso per la stabilità e dove sono rimasta in servizio fino al 2012.

Nei periodi di ferie e con regolare permesso ho collaborato per 8 anni col Balletto di Napoli. Sono stata ospite della compagnia Fracci Menegatti in svariate produzioni, in giro per l’Italia. Ed ospite in qualità di prima ballerina, per due produzioni de Lo Schiaccianoci, presso il Connecticut Ballett. Se dovessi definire la mia carriera direi: soddisfacente!

Carla: A 18 anni, vinsi il concorso per la stabilità nella compagnia di balletto del teatro Massimo di Palermo. Accettando il posto andai contro la comune opinione che voleva il teatro d’Opera come “la morte del ballerino”.

L’idea imperante, all’epoca, era che si dovesse, valigia alla mano, viaggiare per l’Europa di compagnia in compagnia, d’ingaggio in ingaggio, onde davvero crescere come artisti e danzatori. Fui però baciata dalla fortunata, perché in quegli anni alla direzione del  ballo giunse Vittorio Biagi. E il fermento coreutico fu tale che danzai tantissimo.

Facevamo 5 produzioni l’anno di balletto. E venivo scritturata anche nella sua compagnia. Man mano che i direttori del ballo si avvicendavano, dalla candida Fracci all’ingegnoso Amedeo Amodio fino all’attivissimo Luciano Cannito, mi sono stati affidati tanti ruoli. Sono divenuta prima ballerina con  obbligo di solista a seguito del balletto di Jean Cocteau  Les Maries de la Tour Eiffel, con le coreografie di Micha van Hoecke.

Ho fatto davvero ciò che mi piaceva fare. L’aggettivo che darei al mio percorso professionale è gratificante.

Cinzia, Carla e Cecilia

Cinzia Graziano

Cinzia: Ho sempre danzato nel corpo di ballo del Teatro Massimo, tante le produzioni alle quali ho preso parte dalla stabilità raggiunta nel 1982 sino al 2011.

Son stata nel corpo di ballo di Giselle, con la Fracci protagonista, per due produzioni. Un palco che ho condiviso con Cecilia e Carla, in vesti d’allegre contadinelle o implacabili Villi… che esperienze!

Nell’ultima fase della carriera, intorno al 2004, sono stata purtroppo colpita da un cancro. L’intero ambiente di lavoro del quale facevo parte (le direzioni artistiche e dirigenziali del Massimo) mi ha però aiutato, sostenuto, appoggiato, difeso e tutelato in quel momento difficile.

Ho avuto così la possibilità di poter continuare a fare qualcosa che amassi, fosse una parte di ballo in un’Opera lirica o una piacevole sbarra. Questo piccolo poter fare, seppur sfiancata dalla chemioterapia, mi ha aiutato ad abbattere i sensi di colpa che mi attanagliavano quando sentivo di non riuscire ad ottemperare al meglio a quelli che erano i miei doveri di lavoratrice e sopratutto d’artista. Di tutto ciò sono molto grata al teatro Massimo.

L’aggettivo che meglio riassume il tutto è: terapeutico.

Qual è il balletto che prediligi e quale il più bello al quale hai partecipato in veste di ballerina professionista?

Cinzia, Carla e Cecilia

Carla Livio

Cecilia: Amo moltissimo l’Onegin di John Cranko, Un mio desiderio, purtroppo irrealizzato, era quello di un giorno poterlo danzare nel ruolo eloquente di Tatiana!

Al teatro Massimo il più splendido tra i ruoli affidatomi è stato di certo il pas de deux nel balletto Altri canti d’amor su musiche di Claudio Monteverdi e coreografia di Kristoff Pastor (all’epoca giovane emergente, oggi coreografo di fama internazionale). Lo portai in scena con il mio adorato collega Roberto Milano.

Carla: Il balletto che prediligo è senza dubbio Il Lago dei Cigni, fiaba in danza lirica ed indimenticabile, nonché il più noto balletto imperiale e tra i più emblematici del genere. In particolare, trovo irresistibile l’intera suite del cigno nero, ove emerge la perfida seducente Odile. Il balletto più avvincente e intenso della mia carriera è stato di certo Sonata a trois del coreografo francese Maurice  Bejart. Nel ruolo da protagonista della Rossa.

Cinzia: Tra gli spettacoli ai quali ho partecipato, quello di cui conservo il più bel ricordo e che più mi somiglia, è di certo I 7 peccati capitali, nella ripresa del coreografo russo Micha van Hoecke su musica di Kurt Weill e con in scena un’indimenticabile Ute Lemper. Lo stile della danza in questo spettacolo era molto contemporaneo quasi teatrale, pura  sfida.

Il balletto del mio cuore, quello che mi fa sempre commuovere, resta però il classico del romanticismo  Giselle. Rappresentazione senza pari dell’amore incondizionato, autentico, quasi divino. Carla Fracci è l’incarnazione di Giselle. Vederle interpretare la pazzia in palcoscenico era struggente e coinvolgente.

Tra i grandi danzatori e danzatrici, qual è quello che più hai stimato o apprezzato?

Cecilia: Il mio idolo è Mikhail Baryshnikov per la tecnica maschile, resa quanto più agile quando coniugata alla destrezza nel salto.

Tra le donne le sempiterne sublimi étoile  italiane, Carla Fracci ed Elisabetta Terabust. Diversissime tra loro ma ugualmente eccelse ed inarrivabili. Ho imparato moltissimo osservandone tecnica e grazia.

Altra fonte di ispirazione è stata la coppia di celebri danzatori russi Vladimir Vassiliev ed Ekaterina Maximova.

Carla: Mikhail Baryshnikov forever, per me il più grande danzatore di tutti i tempi! Tra le donne come non annoverare la perla della danza italiana, la fulgida, meticolosa ed eterea Carla Fracci.

Cinzia: Di certo Mikhail Baryshnikov, la rivoluzione incarnata per la danza tutta. Con lui si è perpetrato un ulteriore e significativo mutamento della tecnica classica nonché dell’intenzione interpretativa.

Per le donne la brasiliana Marcia Haydée fiore all’occhiello dello Stuttgart Ballet, musa del coreografo Cranko che per lei creò il ruolo di Tatiana nel suo balletto Onegin. È da sempre il mio mito.

Le tre corifee concordano poi nel rintracciare, nella ballerina argentina Marianela Núñez uno straordinario talento di prim’ordine dei giorni nostri. È un’artista luminosa, talmente ricca e magnificente da lasciarti pervasa di gioia, così la Graziano. Una ballerina eclettica, in grado di passare dalla regalità rosea della bella Addormentata alla veemenza rossa della Carmen con assoluta disinvoltura, un’artista nell’animo, così la Livio. Unica, la più grande étoile del momento, lavoratrice attenta ed indefessa che non perde mai di stile, degna d’ogni encomio, così la Mecatti.

Quanto è importante la vostra amicizia e come la vivete?

Graziano, Livio e Mecatti con Marianela Nunez

La Graziano, la Livio e la Mecatti con Marianela Núñez

Cecilia: Io, Carla e Cinzia siamo amiche da una vita! Con Carla ci conosciamo da ragazzine, perché allieve di Madame Fusco. Son io la più grande e le ho fatto da sorella maggiore quando, insieme, vincemmo il concorso a Palermo. Cinzia si è unita a noi poco tempo dopo.

Abbiamo abitato tutte e tre insieme per molto tempo. Ci consideriamo sorelle, la nostra è una sincronia profonda e leale. E nonostante qualche volta, il lavoro o i nostri rispettivi compagni, sembrava potessero allontanarci in realtà, alla fine, ci siamo sempre ritrovate più coese di prima.

Carla: Io e Cecilia siamo originarie di Napoli, Cinzia è invece di Palermo, ma i suoi genitori sono napoletani. C’era tra noi una sorta di affinità elettiva.

Posso dire che la nostra amicizia non può essere banalmente definita importante. La direi piuttosto centrale nelle nostre esistenze. Ci siamo trovate per caso, e ad un certo momento ci siamo scelte. Il nostro è un rapporto profondo, siamo sempre in contatto ed il problema di una diviene il problema di tutte.

Cinzia: La nostra non può definirsi semplicemente un’amicizia, ma un rapporto di sorellanza. Ad inizio contratto abbiamo anche vissuto insieme, in un grande appartamento in via la Farina.

Con affetto immutato, sino all’anno scorso abbiamo approfittato del Lago dei Cigni  di Ricardo Nuñez con la magnifica Marianela Nuñez al San Carlo di Napoli, per riunirci e stare insieme qualche giorno. Sedemmo nel palco reale e dallo spettacolo uscimmo galvanizzate. Carla e Cecilia sono artiste degne di stima  e lode. Ma ciò che provo umanamente per loro va oltre il mero voler bene.

Loro sono parte del mio cuore.  Me le son sempre ritrovate vicine in qualsiasi momento della vita, anche il più difficile.

Queste le parole sull’affascinante “vita da ballerina” delle, soprannominate, “tre C” del teatro Massimo. Cinzia, Carla e Cecilia sono donne dolci e a modo, fiere e raggianti della propria esistenza vissuta nell’arte e pregne d’una affettuosa e sincera amicizia scevra, e questo è bene sottolinearlo, di qualsivoglia invidia. È proprio vero che l’arte ingentilisce l’anima.

 

 

Enrico Rosolino

Enrico Rosolino apre il suo cuore al mondo delle arti alla tenera età di 2 anni, allorquando assiste alla proiezione cinematografica del lungometraggio animato di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani. Ha inizio così un lungo percorso di scoperta e apprendimento nel variegato e sfaccettato mondo delle arti. Da piccolissimo si appassiona alla recitazione. Negli studi pone molta enfasi e impegno nelle materie umanistiche e, dunque, sceglie un liceo Classico. Durante l'adolescenza si diletta nella lettura ed interpretazione -a voce alta- dei classici greci. A 15 anni si avvicina concretamente al mondo della danza. Prende lezioni di balletto classico per 12 anni, e ad anni alterni segue dei corsi di danza moderna e contemporanea. L'arte coreutica diviene la sua più grande passione e territorio prolifico di ricerca. Si laurea allo STAMS di Palermo, e si specializza al DAMS di Bologna. Nel capoluogo emiliano affina e porta a più completa maturazione le sue conoscenze e il suo senso estetico e critico d'ambito teatrale. Viaggia molto, visita Parigi, New York, Londra, Barcellona, Copenaghen, Boston, Atene e molte altre città del mondo godendo di un approccio diretto e sentimentale con le di loro bellezze artistiche e culturali. Vive attualmente a Palermo e coltiva moltissimi interessi nei più svariati contesti. Per Verve si occuperà della rubrica dedicata al Teatro e agli eventi dal vivo.

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