Home / CULTURA / Waiting for Ravel-Bolero, una serata estiva d’eccellente danza al Verdura

Waiting for Ravel-Bolero, una serata estiva d’eccellente danza al Verdura

L’ottimo Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo protagonista della serata dedicata all’arte coreutica al Teatro di Verdura. Grande attesa per il Bolero coreografato da Monteverde, ripagata con una prestazione di alto profilo.

Si è svolta a Palermo, presso il Teatro di Verdura nell’estiva serata image_00025di giovedì 4 Agosto, un evento speciale organizzato dal Teatro Massimo interamente dedicato all’arte coreutica. Sotto un titolo che è sicuramente servito da richiamo per il grande pubblico, ovvero Waiting for Ravel-Bolero, si è approfittato per dar alle scene un  esaustivo collage di quelle che  sono le rinnovate tecniche e la contemporanea inventiva di coevi coreografi emergenti. Protagonisti assoluti e splendidi, a lungo applauditi,  i danzatori del corpo di Ballo del teatro Massimo. La scaletta del balletto si è articolata nei termini di una sala d’attesa ricca di sorprese, e infatti, ciò che ha preceduto l’esecuzione del popolare Bolero di Maurice Ravel ha regalato al pubblico performance d’ottima fattura capaci di traboccante intenso godimento.

Ad aprire la serata il prodigioso Vox Moltitudinis, epico quadro bianco ad opera del coreografo free lance Diego Tortelli (nelle foto con i costumi bianchi). Tra le tre nuove composizioni danzate, presentate durante il primo atto dello spettacolo, la sua è sembrata quella più risolutamente riuscita. La soggettività spiccata dell’autore mista ad un’impressionante capacità d’osservazione ed elaborazione, ha partorito una fantasmagoria della folla, del gruppo, dell’unisono e dell’armonia pregna di una fisicità calcolata nei termini del mondo circostante. Calati nelle musiche rarefatte e suggestive di Johann Johannsson i danzatori dell’ensemble  hanno scandiimage_00004to il tempo, le gambe arcuate in un grand plié alla seconda, battendo vigorosamente i piedi sulla scena  e le mani sul petto come nell’Haka, tipica danza Maori neozelandese. Alle donne del gruppo sono state invece associate le sinuosità del nuoto sincronizzato ed alcuni piccoli nervosismi muscolari tipici della danza classica accademica nelle scene d’insieme. I corpi trattati come fossero mattoncini Lego, si sono assemblati e staccati con forza, sempre formando straordinarie figure geometriche e astratte. Vicino alle tendenze creative di Jiri Kylian, Tortelli descrive il mood di una società diversificata e individualista che nel vivificarsi della danza fa vibrare e scattare le carni procedendo verso una ragion d’essere che è, da sola, una temeraria multiforme teoria degli insiemi. Segue l’assolo maschile Plasma del coreografo Valerio Longo. Danzato con trasporto e indiscutibile tecnica dal  ballerino Alessandro Cascioli, il brano coreutico è risultato tuttaimage_00034-2via banale. La metafisica di un energia vitale che sgorghi dal desiderio e dall’amore è rimasta quale tematica di solo concetto, informe e muta nell’esecuzione. Si può attribuire, tuttavia, a questo pezzo un pronunciato vigore estetico: con il ballerino che, dando le spalle al pubblico e nelle luci di taglio della scena, muovendo le braccia e il petto mostra una conturbante danza dei muscoli della sua schiena. A concludere il primo atto A Man in a Room lavoro di Anna Manes, tra l’altro  l’unica donna coreografa della serata. Per la sua creazione la Manes ha tratto ispirazione e linfa vitale dal mondo delle arti scultoree (nella figura e nelle creazioni dello scultore spagnolo Juan MuÑoz) e da un attenta immedesimazione nella musica onirica e nei dialoghi di sottofondo, da bisca clandestina, del compositore Gavin Bryars. Il concetto di base, con l’idea del generarsi di una risposta altra capace di sgominare colui che azzardatamente pensa di averla sempre saputa, è vincente; tuttavia, la partitura danzata appare parecchio limitata, il disegno fisico dei corpi è in certi tratti esageratamente rassomigliante ad un lavoro di studio della tecnica contemporanea. Poche le eccezioni che eludono la regola, isolati slanci, ellissi inattese ed una posa finale che finalmente smaterializza i corpi e abbatte il rigore esecutivo.

image_00064Al secondo atto, con l’entrata nella buca dell’orchestra del teatro Massimo al gran completo diretta dall’iraniano Farhad Mahani, il pubblico inizia ad entrare in fibrillazione poiché è vicino l’agognato Bolero. Ma prima, l’attenzione dei più romantici è catturata dal pas de deux del balcone dal Romeo e Giulietta nella versione di Fabrizio Monteverde, creato nel ’89 per il balletto di Toscana. Sull’indimenticabile musica di Sergej Prokof’ev, il dialogo di amorosi sensi tra i due ballerini protagonisti (Maria Chiara Grisafi e Michele Morelli) si compone di un linguaggio neo accademico , di una stilizzazione longilinea e allo stesso tempo vellutata dei grandi sentimenti. Il momento è roseo ma allo stesso tempo tormentato; sembra che il destino ineluttabile dei due giovani si palesi immediatamente nella giovane vita del loro amore. E’ una danza dei sospiri e di due corpi che, scontrandosi nell’abbraccio dei loro profili, divengono una cosa sola.

E finalmente si giunge al Bolero. La partitura musicale di Ravel, nel suo incedere ossessivo, si presta ad una interpretazione coreutica di crescente impeto al limite dello sfinimento psico-fisico; metafora di tale infinita e aberrante prova di forza in danza, le celebri e masochistiche gare di ballo che negli stati uniti d’America della grande depressione (1932 circa), promettendo un lauto premio in denaro, mietevano vittime per estenuazione tra le coppie di concorrenti (perlopiù disoccupati e disperati) che tentavano di restare le ultime e sole danzanti sulle piste dimage_00075a ballo delle dance floor (tali gare solevano durare per giorni, ed i partecipanti  mangiavano e dormivano seguitando a muoversi). Questo Bolero di Monteverde si colora, dunque. di un’estetica del macabro, di un inquietante desiderio irrefrenabile e smania viscerale di trionfo sulla vita e sulle naturali potenzialità umane. I danzatori sulla scena sono tutto un fremere, dilatarsi e incoraggiarsi fisicamente l’un l’altro. All’aggiungersi degli strumenti musicali nell’orchestrazione equivale, tuttavia, l’auto escludersi di alcune coppie. Alla fine il duo di ballerini che resta in scena (formata da Andrea Mocciardini e Francesca Davoli) è quella che meno ci si aspetterebbe nell’osservazione canonica dell’architettura coreografica. Il loro danzare infuria, si strappano le vesti, al di lui esibito affaticamento lei risponde con una serie di violente prese che lo alzano e schiantano sul pavimento. La gara è vinta dalla donna serpente che in una sorta di scivolato e sensuale pas de bourrée racchiude in sé la prepotenza del mito e della storia.

Un’ultima curiosità su questo “Waiting for Ravel-Bolero” concerne il giovane ed ottimo ballerino Michele Morelli, scelto come sujet  per molte delle coreografie presentate. Avvenente e aitante, Morelli ha avuto modo di mettere in luce la sua prestanza fisica nonché l’ottima tecnica classica ed ilBolero 3 preciso modellarsi di questa alle esigenze ben diverse della danza contemporanea. Sembra che nel piccolo mondo parallelo dei corifei palermitani la sua fulgida stella sia stata notata e valorizzata, meritatamente.

Per le foto ringraziamo Rosellina Garbo

Enrico Rosolino

Enrico Rosolino apre il suo cuore al mondo delle arti alla tenera età di 2 anni, allorquando assiste alla proiezione cinematografica del lungometraggio animato di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani. Ha inizio così un lungo percorso di scoperta e apprendimento nel variegato e sfaccettato mondo delle arti. Da piccolissimo si appassiona alla recitazione. Negli studi pone molta enfasi e impegno nelle materie umanistiche e, dunque, sceglie un liceo Classico. Durante l'adolescenza si diletta nella lettura ed interpretazione -a voce alta- dei classici greci. A 15 anni si avvicina concretamente al mondo della danza. Prende lezioni di balletto classico per 12 anni, e ad anni alterni segue dei corsi di danza moderna e contemporanea. L'arte coreutica diviene la sua più grande passione e territorio prolifico di ricerca. Si laurea allo STAMS di Palermo, e si specializza al DAMS di Bologna. Nel capoluogo emiliano affina e porta a più completa maturazione le sue conoscenze e il suo senso estetico e critico d'ambito teatrale. Viaggia molto, visita Parigi, New York, Londra, Barcellona, Copenaghen, Boston, Atene e molte altre città del mondo godendo di un approccio diretto e sentimentale con le di loro bellezze artistiche e culturali. Vive attualmente a Palermo e coltiva moltissimi interessi nei più svariati contesti. Per Verve si occuperà della rubrica dedicata al Teatro e agli eventi dal vivo.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*