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Recensione: Risorto

Una pellicola ispirata alla storia della resurrezione di Gesù, narrata nel Nuovo Testamento. Ecco la recensione di “Risorto”.

Risen, USA, 2016  di Kevin Reynolds con Joseph Fiennes, Peter Firth, Tom Felton, Cliff Curtis, María Botto, Antonio Gil, Stewart Scudamore, Stephen Hagan


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Sotto Pasqua esce opportunamente un film d’epoca (esterni girati tra Malta e la Spagna) incentrato sulla resurrezione di Gesù (che qui ha il volto esotico e maturo di Cliff Curtis, strana eppur non deprecabile scelta), ma non uno dei tanti. Infatti il soggetto (o quantomeno lo spunto) somiglia tanto a quello de L’inchiesta, insinuante dramma del 1987 realizzato da Damiano Damiani (e ripreso nel 2006 dall’omonima miniserie di Giulio Base, poi contratta pure in una versione per la sala). Al centro della vicenda il battagliero tribuno Clavio (un a sua volta redivivo – allo stesso modo del regista ReynoldsJoseph Fiennes, la cui proverbiale inespressività si addice al rigido personaggio), incaricato dall’impensierito governatore Pilato (Peter Firth) di vegliare sulla tomba di Yeshua, appena crocifisso. Il timore è che i suoi seguaci trafughino il cadavere, spacciando il furto per l’annunciato e avvenuto risveglio dalla morte, notizia che fomenterebbe non pochi disordini nella Galilea (mal) gestita dall’Impero Romano. Ovviamente il corpo sparisce, e l’indagine che ne segue, tra interrogatori e disseppellimenti, è all’insegna della più rigorosa razionalità. Dopo un maldestro pedinamento degli apostoli nel deserto, però, assistiamo a una quasi conversione del protagonista (fin lì aspirante a una pace più personale che collettiva); sul piano narrativo va bene, sono le premesse a uscirne svilite. Insomma, l’interesse scema rapidamente, e a mantenerlo desto c’è solo l’incontro rielaborato del Nazareno con lo scettico Tommaso.

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Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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