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Lo Schiaccianoci barocco e luminoso di Lienz Chang al teatro Massimo

Lo Schiaccianoci, celebre balletto russo, che ben rappresenta e descrive la gioia incantata delle ricorrenze natalizie, torna in scena al teatro Massimo di Palermo, e chiude in gloria la stagione 2019.

Un grande spettacolo di danza, Lo Schiaccianoci, in grado di catalizzare l’interesse d’un pubblico quanto mai eterogeneo e regalare alla fondazione Massimo lauti incassi, utili per le produzioni prossime venture. La Prima, ottimamente riuscita è andata in scena domenica 15 dicembre, previste ancora 7 repliche (il 17,18,19,20,21,22,23 dicembre).

Inappuntabile preambolo alla Prima, l’11 di dicembre in sala ONU,“Vi racconto l’Opera” reading drammaturgico di materiale letterario, teatrale, musicale o cinematografico inerente l’Opera in programma.

Un evento tra il divulgativo ed il dilettevole, promosso dal Teatro Massimo e forgiato, in ogni sua parte, dalla scrittrice e mecenate palermitana Beatrice Monroy sempre ben coadiuvata da alcuni pregiati attori della scena teatrale panormita.

In occasione de Lo Schiaccianoci, la lettura si è concentrata sull’omonima fiaba di Alexandre Dumas padre, con le sue cinque fantastiche trame concatenate in un unico corpus narrativo. Con Monroy limpida e puntuale voce narrate, si è andata dipanando l’intricata vicenda (che nel balletto di Cajkovskij e Petipa è notevolmente ridotta e semplificata ndr). Ad ornarne i dialoghi e gli avvenimenti (come nelle mitiche fiabe sonore dei fratelli Fabbri e Silverio Pisu) le voci cangianti -gutturali, stridule e infantili- le onomatopee ed i sospiri nonché l’incredibile gioco di rumori messi in atto da due splendidi ed ispirati Sabrina Petix e Giuseppe Cutino.

Il risultato dell’operazione è gradevole e affascinante, meritevole d’una registrazione per un audio libro. Intristisce, tuttavia, la scarsa partecipazione di pubblico ad un evento, tradizionalmente fisso alle 18 pomeridiane e assolutamente gratuito.

Si giunge, dunque, alla Prima de Lo Schiaccianoci, capriccio coreutico zuccheroso, delicato, a tratti malizioso e fiabesco di P.I. Cajkovskij. Un titolo celebre e molto atteso, affidato alle abili arti del ballerino/coreografo cubano Lienz Chang.

Lo Schiaccianoci

Chang del balletto originale firmato M. Petipa – L. Ivanov, recupera l’essenza profonda, festosa e onirica, conferendogli però nuova linfa vitale per mezzo di un linguaggio coreutico tecnicamente ricchissimo. Il coreografo, con ardimento e fantasia, da fondo a tutto il vocabolario della danza classica accademica. La scena si riempie di virtuosismi d’ogni sorta. Immaginifico e aereo il delizioso vorticare in attitude en avant et en arrière delle ballerine fiocchi di neve.

Invero, uno spettacolo barocco, parecchio impegnativo e probabilmente sfiancante per l’intero corpo di ballo del Massimo, che però lo conduce a conclusione egregiamente. È paradossale notare che, in pur cotanto tripudio di coreutica, un trionfale gran finale in musica come quello che chiude il Valzer dei Fiori annichilisca il nutrito ensemble di floreali ballerine in statiche pose e minimali port de bras. 

Gioia per gli occhi, nella suite al secondo atto, i cosacchi  Diego Mulone, Emilio Barone e Gianluca Mascia intenti nella danza russa. Ruggenti in una sequenza sorprendente di spettacolari grandi salti e legazioni spavalde. Sublime nella sua sensualità controllata la danza araba della ballerina Romina Leone, rediviva Sherazade. Con lei due schiavi dalla allure bruna e intensa, gli statuari porteur Diego Millesimo e Vincenzo Carpino.

Sguardo focoso, calato in una performance ove tronco, braccia e gambe si fanno metafora d’un incisivo  temperamento andaluso. È la cifra di Riccardo Riccio (dalla fluente capigliatura corvina appuntata in una coda) nella danza spagnola. Ormai inscindibile la coppia Yuriko Nishihara/ Marcello Carini nella danza cinese, tutta giocata su briose miniature di petit batterie sotto le immancabili braccia a candelabro.

Il primo atto viene catapultato dall’ottocento opulento alla buona borghesia anni ’20.

Così le danze si colmano, eclettiche, di interazione e colore da tango argentino e charleston. Su questa scia il ballo dei signori nonni, pregno altresì di trovate allegre e scanzonate di immediato,sicuro e gradito impatto. Protagonisti di tale quadretto Lucia Ermetto e Giuseppe Rosignano, maestri d’una espressività ilare insieme adulta e marionettistica.

Bello, dalla gestualità amabile, agile come un cervo sin dal primo grand jeté che lo introduce sulla scena, il ballerino Alessandro Cascioli. Questi è impegnato nel doppio ruolo di principe Schiaccianoci -roseo idealizzato cavalier cortese – e di Nathaniel giovane aiutante dell’affettuoso zio, signor Drosselmeyer, galante e baldanzoso. Due personalità che Cascioli restituisce nella loro fremente interezza ma che, pur specchiandosi l’una nell’altra, mai giungono a coincidere, rimanendo al di qua e al di là del sonno. Al contrario di quanto accade nelle versioni letterarie  di Hoffmann e di Dumas padre. Clara, fanciullina, timida, pura e un po’ biricchina, è interpretata dalla ballerina Francesca Bellone. Graziosi i suoi sissonne a la second caratterizzati dalla bella morbidezza gestuale di braccia, polsi e mani. 

Tanto misterioso quanto rassicurante lo zio Drosselmeyer di Vito Bortone. Artista quest’ultimo  che unisce alla perizia finissima della sua danza spiccate doti attoriali. Eccelso Alessandro Casà nel ruolo del Principe della Neve. Mirabile il suo manége di coupé jeté en tournant, candido nei piqué en arabesque.

A completare il vasto cast artistico un valente gruppo di danzatori bambini, appositamente scritturati. Nei loro occhi la gioia di partecipare ad un sogno danzante. I giovani artisti in erba sono impegnati essenzialmente nel primo atto tra carillon di pattinatori sul ghiaccio e battaglie di palle di neve, e nei costumi foschi dei topolini, esercito del Re dei Topi.

Le scenografie dipinte di Renzo Milan, fungendo da  cornici d’una storia che di per sé è già teatro, amalgamo elementi fisici (come l’albero di Natale, la madia dei giocattoli, i regali ed una copiosa nevicata) ad un video wall in grado di proiettare suggestive immagini di viali innevati, aurore boreali e paradisiaci regni di dolci e leccornie. I costumi di Philippe Binot risultano appariscenti, sontuosi, in qualche caso eccessivi.

A coronare di grazia questa produzione de Lo Schiaccianoci, due primi ballerini del Bolshoi di Mosca: la diafana Anna Nikulina e l’aulico Jacopo Tissi nel pas de deux della principessa confetto e del principe di zucchero.

Tissi, alto e longilineo, reca un viso spigoloso dall’espressione luminosa. La sua è una danza dalle linee estese, eterea più che muscolare. Negli entrelacé spicca il volo, le sue braccia disegnano argentee traLo Schiaccianociiettorie d’armonia. Incommensurabile la grazia nelle grand pirouette à la seconde. La Nikulina danzando aggiunge, alla sua tecnica finissima di superba tradizione russa, uno sguardo trasognato ed un espressione sospirata. Nella bellezza estatica dei suoi chaînés e degli eleganti equilibri in passé tradisce, tuttavia, la poca abitudine a danzare sugli italici palcoscenici in pendenza. Un piccolissimo particolare, di alcuna rilevanza, se paragonato allo splendore dell’esecuzione nel suo insieme.

Questa produzione de Lo Schiaccianoci ammalia e si lascia ammirare come la più idilliaca delle consuetudini natalizie. L’applauso all’intero gruppo di corifei sulla scena, a spettacolo concluso, è un boato che ripesca nello stupore e lo trasforma in rapimento. Il pubblico è in visibilio.

Lo Schiaccianoci

Un successo che sposa, puntuale, il messaggio che le tre sigle sindacali CIGL CISL UIL, attraverso un comunicato interno letto da tre danzatrici, lanciano alla società civile ed alla politica. Nello specifico, con la richiesta di equiparazione nelle produzioni d’Opera e Balletto dei finanziamenti stanziati dal FUS (fondo unico per lo spettacolo). Una modifica sostanziale che permetterebbe a tanti artisti del settore di non vivere più nella precarietà ed aiuterebbe le fondazioni, che si fregiano ancora d’un corpo di ballo, ad incrementare le produzioni ballettistiche.

Enrico Rosolino

Enrico Rosolino apre il suo cuore al mondo delle arti alla tenera età di 2 anni, allorquando assiste alla proiezione cinematografica del lungometraggio animato di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani. Ha inizio così un lungo percorso di scoperta e apprendimento nel variegato e sfaccettato mondo delle arti. Da piccolissimo si appassiona alla recitazione. Negli studi pone molta enfasi e impegno nelle materie umanistiche e, dunque, sceglie un liceo Classico. Durante l'adolescenza si diletta nella lettura ed interpretazione -a voce alta- dei classici greci. A 15 anni si avvicina concretamente al mondo della danza. Prende lezioni di balletto classico per 12 anni, e ad anni alterni segue dei corsi di danza moderna e contemporanea. L'arte coreutica diviene la sua più grande passione e territorio prolifico di ricerca. Si laurea allo STAMS di Palermo, e si specializza al DAMS di Bologna. Nel capoluogo emiliano affina e porta a più completa maturazione le sue conoscenze e il suo senso estetico e critico d'ambito teatrale. Viaggia molto, visita Parigi, New York, Londra, Barcellona, Copenaghen, Boston, Atene e molte altre città del mondo godendo di un approccio diretto e sentimentale con le di loro bellezze artistiche e culturali. Vive attualmente a Palermo e coltiva moltissimi interessi nei più svariati contesti. Per Verve si occuperà della rubrica dedicata al Teatro e agli eventi dal vivo.

2 commenti

  1. Come mai non viene citata una degli interpreti principali, la Regina della neve, nella recenzione? Grazie

    • Gentile signora Caterina

      Le recensioni non sono una lista degli interpreti, in stile libretto di sala, ma scritti critico analitici dell’evento nel suo complesso. I nostri pezzi, in quanto pubblicati sul web, possono pure esser redatti con un numero di parole nettamente maggiore rispetto a quanto solitamente, e rigidamente, stabilito dai ben più contratti parametri della carta stampa. Proprio sulla carta stampata, spesso, i nomi degli interpreti son lasciati in forma di mera citazione fine a se stessa, priva di approfondimento, quando presenti. Nel caso nostro, e dei colleghi del web in generale, si può dedicare a singoli personaggi d’un dato cast (non solo i principal o le Star) spazio o rilievo. Ciò tuttavia non significa che il web debba per forza divenire il mezzo d’esaltazione d’ogni singolo artista, più o meno valente, più o meno in prima linea, con un suo più o meno vasto pubblico. Gli articoli diventerebbero una noiosa sequela di nomi e aggettivi, al giorno d’oggi illeggibili per i più (concorderà con me che la voglia di leggere oggi come oggi latita). Il critico, in questo caso il sottoscritto, si lascia travolgere dalle proprie impressioni, ed emozioni, quelle più eloquenti nonché dalla propria argutezza e capacità d’analisi e riflessione. La descrizione dello spettacolo, la sua lettura critica, proprio su ciò, dunque, si baseranno. Scevre di qualsivoglia altro genere di influenza. Non si scrive per par condicio bensì per ragionevolezza e con, le assicuro, grande onestà intellettuale.

      I miei rispetti
      Enrico Rosolino e lo staff di Verve Magazine.

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