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Sonia Bergamasco è la Resurrexit Cassandra di Ruggero Cappuccio e Jan Fabre

Può esser considerato, a tutti gli effetti, lo spettacolo di punta del Segesta Teatro Festival 2023. Resurrexit Cassandra, monologo di Ruggero Cappuccio per la regia di Jan Fabre, conduce ad un meritatissimo trionfo la sua protagonista, l’attrice Sonia Bergamasco.

Una drammaturgia complessa, verbosa, addensata di significati e sottesi deflagranti messaggi eppure diretta, chiara. Questo è il  testo  Resurrexit Cassandra del drammaturgo Ruggero Cappuccio. Un monologo enorme che evoca e redivive sulla scena la veggente apollinea, principessa Troiana figlia di re Priamo.

Sul palco una magnificente Sonia Bergamasco si lascia attraversare dalle parole che Cappuccio ha studiato e lasciato proferire a Cassandra. Della profetessa reale l’attrice si fa simulacro ed incarnazione, riverberandone la fierezza e l’intensità, il cruccio e il grandeur. Il lavoro di Ruggero Cappuccio manifesta così tutta la sua potenza.

Sonia Bergamasco e la giovane Cassandra, che uccisa e smembrata dalla furia del suo fato funesto, torna in vita. Le sue membra, sottoterra e pur in luoghi lontani, fluttuando e strisciando si re-assemblano. Ella riprende forma organica di fanciulla, come un Frankenstein di vittoriana memoria.

E in vesti Vittoriane, luttuose, la Bergamasco è infatti vestita. Il sembiante di una bambola, in crinolina, bustino in velluto dalle maniche lunghe (che nascondendo le braccia faceva apparire le mani, dalle dita tese, come staccate dal resto del tronco) ed un ampio velo nero a nascondere il viso.

Cassandra è richiamata al mondo per offrire ancora qualcosa di sé e del suo dono di chiaroveggenza. Così ella dapprima rimembra la sua esistenza terrena. La drammaturgia richiama l’epica ed il suo fascino imperituro.

Cassandra veste, dunque, del rosso della Passione, quella di Apollo che da lei è rifiutato e che (con uno sputo in bocca) sarà la rovina della sua vita, credibilità ed onore. Quello stesso onore vituperato e perduto che sancirà la fine di Troia, in una rossa guerra sanguinolenta. Che la regia di Jan Fabre sottolinea con un disturbante tappeto sonoro di  clangore di spade e pianti disperati di neonati. Lo stesso rosso scintillante, paillettato, che insozza le pareti del palazzo del re Agamennone, di cui Cassandra è divenuta schiava, e che sgorga dalle mani di sua moglie (la non nominata Clitennestra) e dell’amante Egisto.

Lo stesso rosso che, con truce scherno, fa cantare a Cassandra Here Comes The Sun (Ecco che arriva il sole) dei Beatles. Un testo che con tono invocante diviene rassicurazione intima.

Cassandra si veste poi del Blu del tempo, il colore sempre simile a se stesso ma dalle mille sfumature sempre cangianti. Nel blu ella trova i mille volti, evoluti ed involuti, della storia passata e recente. L’estro profondo e rivoluzionario nello sguardo di Virginia Woolf e la spaventosa veemente favella di distruzione e morte di Hitler.

Cassandra resta ferma, immobile, le braccia ritte lungo il corpo come una colonna corinzia, lo sguardo attonito, impotente dinnanzi alla possibilità prolifica della bellezza come dinnanzi alla terrificante prospettiva dell’orrore. Il suo canto, nitido, quasi narrato, non ancora arreso, sui versi della storica Revolution (ancora dei Beatles): We all want to change the world/You tell me that it’s evolution/Well, you know/We all want to change the world/But when you talk about destruction/Don’t you know that you can count me out (Tutti vogliamo cambiare il mondo/Mi dici che è evoluzione/Beh, sai/Tutti vogliamo cambiare il mondo/ Ma quando parli di distruzione/Non sai che puoi considerarmi fuori?).

In un fasciante abito di seta verde, Cassandra diviene una Gilda – Rita Hayworth madre natura. La sua danza seduttiva è però quella della devastazione che l’uomo le infligge, ella si muove sinuosa sul suono turbante d’una motosega a scoppio. La sua bocca, aperta in un inquietante sorriso, vomita pietre e calcestruzzo da edilizia abusiva. Le sue visioni sanno d’apocalisse ambientale, con le isole di plastica che galleggiano orrende nel pacifico e i ghiacciai che si sciolgono e collassando innalzano minacciosamente il livello dei mari.

La regia di Fabre gioca su più livelli, il visivo-il metaforico ed il meta-teatrale. Cassandra parla di noi, la sua non è più rimembranza o chiaroveggenza. Dalla sua cava di serpenti lignei, ella ci scruta e ci ipnotizza con modi melliflui. Non ci avvisa ma, rotta la quarta parete, ci parla come fosse lo specchio agitato, impaurito e isterico della nostra stessa coscienza provata.

L’abito bianco, dalla gonna leggera e fluttuante e lo scollo a cuore, è l’ultima Cassandra. Quella che strabordando in un arzigogolato aulico poetico, si ricongiunge in un amplesso d’amore con le lontane stelle, la luna, lo spazio infinito e la carnalità delle terre, di Palermo come di New York. Lucy in the sky with diamonds, intona sublime e solenne.

Apre le sue braccia verso il cielo, il fumo bianco dell’universo solca la scena sotto di lei, reclina il capo. Chiede agli uomini di non invocarla più ed in un ultimo momento di immensità, la sua sagoma illuminata di lato che si imprime nel buio dell’atmosfera circostante, ella chiude gli occhi e nuovamente dispare.

Settanta minuti di puro godimento teatrale. Resurrexit Cassandra è un monologo ardito, ambizioso, ampolloso ma la regia di Fabre e l’arte autentica di Sonia Bergamasco lo immergono in una completezza estetica, in un coinvolgimento emotivo, davvero prezioso. Cassandra resta il simulacro perfetto di coloro che oggi soffrono perché ignorati, inascoltati. Una eroina dell’oggi. Cassandra in the sky with diamonds, forever.

Enrico Rosolino

Enrico Rosolino apre il suo cuore al mondo delle arti alla tenera età di 2 anni, allorquando assiste alla proiezione cinematografica del lungometraggio animato di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani. Ha inizio così un lungo percorso di scoperta e apprendimento nel variegato e sfaccettato mondo delle arti. Da piccolissimo si appassiona alla recitazione. Negli studi pone molta enfasi e impegno nelle materie umanistiche e, dunque, sceglie un liceo Classico. Durante l'adolescenza si diletta nella lettura ed interpretazione -a voce alta- dei classici greci. A 15 anni si avvicina concretamente al mondo della danza. Prende lezioni di balletto classico per 12 anni, e ad anni alterni segue dei corsi di danza moderna e contemporanea. L'arte coreutica diviene la sua più grande passione e territorio prolifico di ricerca. Si laurea allo STAMS di Palermo, e si specializza al DAMS di Bologna. Nel capoluogo emiliano affina e porta a più completa maturazione le sue conoscenze e il suo senso estetico e critico d'ambito teatrale. Viaggia molto, visita Parigi, New York, Londra, Barcellona, Copenaghen, Boston, Atene e molte altre città del mondo godendo di un approccio diretto e sentimentale con le di loro bellezze artistiche e culturali. Vive attualmente a Palermo e coltiva moltissimi interessi nei più svariati contesti. Da giugno del 2021 è iscritto nell'elenco dei giornalisti pubblicisti presso l'Ordine dei Giornalisti di Sicilia, per Verve si occuperà della rubrica dedicata al Teatro, alla cultura, e agli eventi dal vivo.

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