I corpi di Elizabeth, la principessa figlia della condannata Anna Bolena, la Regina Vergine, la donna capo supremo del potere monarchico e della chiesa protestante anglicana. Un personaggio poliedrico nella propria insopprimibile, poderosa, voglia d’autodeterminazione.
I corpi di Elizabeth, plurimi, sfaccettati, audaci, ingegnosi, pervasivi. Così, dalla drammaturgia di Ella Hickson si impone sulla scena del teatro Elfo Puccini, il personaggio di Elisabetta I, regina dell’Inghilterra protestante. Cristina Crippa e Elio De Capitani strutturano, intorno a tale testo, una regia che ne accompagni fluidamente l’irrefrenabile divenire, asciugato dell’immaginario iconografico solenne a cui siamo abituati.
Elizabeth è una donna comune a tante ma alla stesso tempo superiore per acume, curiosità e ambizione. Una ambivalente, dunque. La sua intelligenza prematura va oltre la dimensione sessuale ed organica. In lei tale dualismo, privo di corrispondenze, scompiglia la storia dell’umanità, ed è esattamente ciò che la regia, con eccelso sagace slancio, le concede, altrettanto, sulla scena.
Il suo personaggio si distanzia, dunque, dalla solennità oleografica d’un regale ritratto teatrale biografico. Elizabeth non è solo corpo fisico, statico, d’un personaggio divenuto iconico, ma corpi, multipli, che mutano, evolvono e si insinuano tra gli eventi caratterizzandone occasioni, possibilità ed esiti.
Il terzo corpo è quello dell’Elizabeth principessa, avvezza a dissimulare quanto basta, maliziosa e manipolatrice per i propri scopi, assetata del pensiero calvinista innescante nuove sovversioni, mesta e disperata per tornaconto. L’attrice Maria Caggianelli Villani la interpreta con passo danzato e lingua biforcuta, e ne pone in risalto netto, nel recitato limpido, l’innocenza venerea e l’indomabile risolutezza. Sconvolgente.
All’Elizabeth venticinquenne neo-incoronata, si sottrae la gonna corta alla caviglia e si addiziona il primo ampio panier. I capelli rossi, tuttavia, sfuggono alle rigidità della moda di corte, restano lisci e sciolti come volessero preservare la propria virginale libertà. È la Regina-Vergine, il quarto corpo di Elizabeth. Fluttuante ed ingabbiata, come una ostrica che protegga una perla, ella sfugge alle richieste e pretese di matrimonio. È l’Elizabeth evanescente e camaleontica dell’attrice Elena Russo Arman.
Si susseguono, poi, il quinto e il sesto corpo di Elizaberth: l’instancabile donna di potere “voglio essere capo supremo e non accontentarmi d’essere una governatrice” e la donna di desiderio, irrefrenabile, passionale eppure strenuamente trattenuto per Robert Dudley. Il bustino è stretto e incastonato di pietre preziose come l’armatura d’un condottiero, i capelli in vezzosi boccoli sono stavolta saldamente acconciati sul capo. Corpi in aspro perpetuo contrasto, ancora nell’interpretazione paranoide, graffiante e sommativa d’una sublime Russo Arman.
Intorno a Elizabeth, pedine da sacrificare nella scacchiera d’una impàri tenzone egoriferita, uomini d’ogni sorta. Così Tomas Seymour soggiogato a mezzo della sua stessa irruente virilità non che il già citato Robert Dudley archetipo del consenziente vacuo toy boy. Uomini appariscenti, vigorosi e muscolari, nelle sembianze sottolineate, livide e puerili di Enzo Curcurù.
Unico controcanto, forte ed invasivo nell’esistenza di Elizabeth, il minaccioso e riverito Robert Cecil. Politico machiavellico e cerebrale cui l’attore Cristian Giammarini dona un aura oscura e perseverante. Il suo, immerso tra i vari corpi di Elizabeth, è un ingranaggio estraneo, teso, inibitorio, disturbante. È lui a scavallare la regina, quando sarà in discussione la condanna a morte della regina Mary di Scozia, con l’accusa di alto tradimento. Su quella morte ha luce il settimo corpo di Elizabeth ovvero colei che, sovrastata nella sua maestà legiferante, monda la propria coscienza d’una condanna, forse, mai veramente voluta ma organica alla propria autoconservazione, l’ignava edotta.
l’Ottavo corpo di Elizabeth è quello femminile, vivido e umano. In esso ella è insolente e supponente c
on la regina vedova e sua tutrice nell’adolescenza Catherine Paar (ultima moglie di Enrico VIII), vessatoria e dispotica con la trepida Lady Mary Grey (sorella di Jane Grey, la regina dei 9 giorni). Diviene infine sguaiatamente terrena, aperta, ascoltando attenta la ragionevole saggezza d’una umile donna del volgo, una lavandaia.
Elizabeth nella sua molteplicità, spesso, scende dallo stilizzato trono Tudor, attraversa il romantico bosco autunnale di nebbia di tulle e dorate foglie ricamate e volge lo sguardo oltre il buio dei coni di luce bianca su lei puntati. In quegli atemporali momenti, guardando il pubblico, in forma meta-teatrale, si confida sincera, a voce alta, riflette sul proprio esistere oltre la storia, fa esegesi tanto della propria immagine tramandata quanto del suo carattere occultato. Si presenta, nuovamente, per essere e restare per sempre.
I corpi di Elizabeth, è uno spettacolo raffinato e pregevolissimo, che merita le tante, gremite, repliche dedicate e che ben si presta al grande pubblico tanto per l’eccellenza della mise en scene quanto per le sottili forme di riflessione in riferimento alle più intime questioni del vivere contemporaneo sottese al testo.
I Corpi di Elizabeth, replica al teatro Elfo Puccini fino a domenica 15 febbraio 2026.
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