La spada della saggezza (Sword of Wisdom) un arma metaforica, non di coriaceo acciaio ma di elastico legno, per sconfiggere i demoni di ignoranza, caos e illusione.
L’organizzazione del Segesta Teatro Festival si fregia di aver portato in Sicilia, dalla lontana isola stato di Taiwan, la compagnia U-Theatre con il suo spettacolo più grandioso, celebre e distintivo Sword of Wisdom. Degno di nota lo sforzo produttivo e d’allestimento destinato a questo titolo, una perla nel comunque ricco e variegato cartellone del Festival per l’estate 2026.
Sword of Wisdom è un’opera performativa corposa e allo stesso tempo minimalista, attraversata dal frastuono e dalla musica, lo Yin e lo Yang profondo e pervasivo della cultura cinese. Uno spettacolo unico che riesce, a mezzo di corpi vibranti e saldi e del tappeto sonoro roboante armonico e denso d’un ensemble di percussioni a narrare la storia eterna e universale d’un demone interiore e della silente battaglia per la purificazione dell’Io. 
Sword of Wisdom è, come espresso dalla sua stessa ideatrice, regista e direttrice artistica Liu Ruo-Yu, uno spettacolo pensato in chiave di rito meditativo. Forma che ben si sposa con il paesaggio che lo ospita, il teatro greco sul promontorio segestano che domina la vallata, ed il tempio greco che al tramonto sembra apparire, novello, da un epoca lontana.
Liu Ruo-Yu si augura che la sua Sword of Wisdom divenga parte di quel ponte culturale tra oriente e occidente che da sempre il senso del sapere e del bello costruiscono e consolidano. E lo spettacolo, proprio per onorare tale occasione, è filmato in presa diretta per un’operazione cinematografica. Intento e azione.
L’intento e l’azione che parimenti guidano la “Sword of Wisdom” sulla scena. Così l’intento nella sottolineatura ritmica e narrativa delle sonorità pressanti e durature di grancasse e bodhràn, scandite da cangiati gong, cupi, squillanti e rullanti. Percussioni piccole come legnetti, marimba e piatti e percussioni grandi come il maestoso tamburo che, in un quadro, troneggia come un plesso solare, sono battuti da braccia tese, su movimenti cadenzati da un armonia vigorosa.
L’azione, che pur deragliando sullo scoglio delle declamazioni in lingua cinese, riesce tuttavia a riaffiorare nella potenza esplicita, emozionale ed espressiva di corpi. Corpi giovani e meno giovani, femminili e maschili che disegnano coreografie su articolati movimenti tipici delle arti marziali.
Il demone tri-fronte -un danzatore dalle movenze angolate e una maschera dalle espressioni accigliate, verdi ed indisponenti rappresentanti la confusione, l’ignoranza e l’illusione- è affrontato da un guerriero il cui valore fisico si sdoppia, triplica e ottupla man mano che il suo valore interiore, consapevolezza ed etica crescono. L’idea della battaglia corale, con i suoi calci roteanti e le varie posizioni di difesa e attacco giunge infine a sublimare nel rituale purificatorio del cerchio infinito, un volteggiare da derviscio che raccolta la moltitudine restituisce l’unità finita e pacificata.
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