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Recensione: Ricchi di fantasia

Commedia di poche pretese avvalorata dagli attori, Ricchi di fantasia prende le mosse da una finta vincita alla lotteria. Missione: intrattenere.

Italia, 2018  di Francesco Micciché con Sergio Castellitto, Sabrina Ferilli, Matilde Gioli, Valeria Fabrizi, Paolo Calabresi, Gianfranco Gallo, Antonio Catania, Antonella Attili 

Dopo aver codiretto (con Fabio Bonifacci, che resta compagno di script) il simpatico ma non irresistibile Loro chi?, Miccichè chiarisce implicitamente la propria intenzione di riprodurre e aggiornare la commedia all’italiana di secondo piano (non quella dei Risi e degli Zampa, bensì quella dei Corbucci e degli Steno): dignitosa, buffa, non indimenticabile.

Perciò si prende una situazione in cui lo spettatore s’identifichi facilmente (una vincita milionaria alla lotteria che si rivela una burla), si definiscono dei caratteri funzionali (una coppia di amanti formata da un geometra declassato e una cantante mortificata che, in stato di fibrillazione, abbandonano i tetti coniugali seguiti, rispettivamente, da madre, figlia e nipote e da due rampolli) e li si lancia in una direzione precisa (che di questi tempi non può che essere la Puglia, sfondo preferito del cinema nostrano leggero).

Mentre i due protagonisti (l’inedito tandem Castellitto/Ferilli) nascondono, fra mille sotterfugi, ai capricciosi congiunti l’effettiva inesistenza della loro improvvisa ricchezza, lo spettatore ammira le prove attoriali piacevolmente sopra le righe, riconosce qualche stereotipo narrativo afferente alle storie on the road, s’interroga sulla saturazione dei colori decisa dal direttore della fotografia Arnaldo Catinari. Nulla di male, però è chiaro che tra qualche scena semi-improvvisata (o approssimata) e svenimenti di prassi, non si va troppo lontano. Ruoli a pennello per i comprimari (soprattutto Calabresi, Catania e Fabrizi); Gioli emerge piano.

raxam

Essere avvolti dal buio, completamente proiettati verso un grande schermo sul quale si rincorrono immagini oggi squillanti, domani grigie, dopodomani mute, ma sempre in grado di creare cariche emotive più o meno durature, a volte perfino contrastanti. Sensazioni uguali e diverse delle quali Raxam non potrebbe fare a meno e della cui intensità propone la propria analisi. Condivisibile o meno, è comunque l'invito a non dimenticare un rito aggregativo e assai stimolante per la mente, perpetuatosi nonostante tutto per 120 anni: il cinema al cinema. E ragionarci su, o almeno provarci, non guasta mai.

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