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La Traviata, innamorarsi ancora di un classico dell’Opera Lirica Italiana

Il teatro Massimo di Palermo, per il mese di Marzo 2017, dà alle scene La Traviata di Giuseppe Verdi. E’ il classico per eccellenza della lirica Italiana. Un titolo popolare ed amatissimo, che il pubblico di ogni dove abbraccia sempre con immutato entusiasmo ed affetto.

La Traviata

La Traviata è l’Opera più nota del repertorio lirico Italiano, nonché la più rappresentata al mondo. Metaforicamente un campo mille volte arato e seminato, ma sempre fertile e florido. Un titolo di richiamo per il pubblico più eterogeneo e un’ icona in musica, in grado di sprigionare sempre grandi emozioni. Un’Opera considerata valida, interessante e pregevole anche da molti critici, nonché da studiosi ed esperti in materia. Su La Traviata il Teatro Massimo di Palermo, fa leva onde lanciare una quanto mai prestigiosa ed ambiziosa produzione in proprio.

Ed è in una calda serata di metà Marzo, un giorno prima dell’equinozio di primavera, che La Traviata di Verdi rifiorisce sul palcoscenico del teatro Massimo. Il pubblico delle Prime è elegantissimo e visibilmente eccitato, le aspettative sono alte e non vengono disattese.

La Traviata

La scenografia di Francesco Zito e Antonella Conte è un magnifico tripudio di Liberty made in Palermo. Il patio di ghisa arabescata, abbracciato da due ali di scale bianco marmo, nel I atto ricorda il villino Florio. In questo ambiente si  tiene il maestoso e coinvolgente brindisi corale “Libiamo, libiamo nei lieti calici!“.

La serra, il caminetto e gli arredi nel I quadro del II atto, invece, si rifanno agli ambienti originali di villa Whitaker/Malfitano.

Le decorazioni del boccascena che domina ed empie la sala da ballo in casa di Flora, nel II quadro del II atto, riprendono i fregi Liberty tipici della carta da lettere dell’impresa Ducrot. Sul pesante drappo verde e sulla testata del letto di morte di Violetta, si riconoscono le riproduzioni d’ornamenti arborei delle moquette firmate William Morris.

La Traviata

Sotto l’ispirata direzione del giovane maestro Giacomo Sagripanti, l’orchestra del teatro Massimo ricolma il golfo mistico della trascinante ed eloquente bellezza dei valzer caratterizzanti la partitura di Verdi.

Il lavoro di Sagripanti, poi, si sofferma meticoloso sulla restituzione emozionale dell’intera gamma di sfumature ritmico melodiche dell’ouverture, delle arie, dei duetti e degli ensemble nonché dello spettacolare concertato che chiude il II quadro del II atto.

Nei 3/4 di battuta degli archi, che accompagna l’accorato cantabile di Violetta “Alfredo, Alfredo, di questo core non puoi comprendere tutto l’amore” in apertura del suddetto concertato, si avverte nitido il palpitare del cuore della donna.

Il contrito III atto reca una sorpresa per i melomani più esigenti; la celeberrima Aria di Violetta “Addio del passato” è eseguita in forma integrale, dunque provvista della seconda strofa spesso tagliata perché giudicata eccessivamente lugubre.

Degne di nota e plauso le voci che hanno illuminato questa nuova produzione palermitana de La Traviata. Primo tra tutti va annoverato il baritono Leo Nucci, il vero grande divo della serata.

Nucci, oggi settantaquattrenne, ha cantato nel ruolo di Giorgio Germont, padre di Alfredo, sfoggiando una voce potente e franca ed un controllo del respiro e dei fiati sulle note basse davvero invidiabile. La sua performance è stata arricchita, poi, da una calibrata ma incisiva recitazione del personaggio. Papà Germont nelle carni di Nucci è apparso autentico, e ciò ha fatto in modo che il pubblico si curasse della sua ragion d’agire come se egli fosse reale.

L’interpretazione sincera e struggente che Nucci ha dato della nota Aria “Di Provenza il mare, il suol” sul finire del I quadro del II atto, mi ha personalmente commosso fino alle lacrime, ma soprattutto ha scatenato nel pubblico uno scrosciante applauso a scena aperta con richieste di bis (non accontentate perché Nucci, da serio professionista, è rimasto calato nel personaggio).

Il tenore sudamericano René Barbera ha entusiasmato la sala del Basile con una voce calda e poderosa. L’Alfredo di Barbera è un ragazzo semplice e dall’indole buona, non sfrontato nè tanto meno incline alla baldanza o alla violenza. Non un istintivo, dunque, ma fondamentalmente uno che sbaglia a causa della sua fragilità.

Nel ruolo di Violetta si è messa in luce la trentunenne soprano palermitana Jessica Nuccio. La prova canora della giovane artista è stata encomiabile, sorretta  da un fiato giovane e ampio che le ha permesso un fraseggio perfetto anche sulle note più flebili. Tra spiccati acuti, delicati gorgheggi e filati soavi la Nuccio ha sapientemente piazzato, nel divenire dell’Opera, degli accenti drammatici anche a voce spiegata su frasi cardine della partitura poetica. Si sono creati così istanti di coinvolgente pathos sfuggente alle armonizzazioni della musica.

Di grande effetto e brivido l’intero duetto che la Nuccio ha saputo sviluppare ed intessere con Leo Nucci nel bel mezzo del II atto. Per il regista Mario Pontiggia  l’incontro-scontro tra Germont Padre e Violetta Valery è il vero cuore drammatico de La traviata, e i due artisti hanno saputo portarlo alla ribalta con immensa partecipazione ed una bilanciata maratona d’enfasi.

La Nuccio nel I atto si è ritrovata, secondo i dettami del Pontiggia, a dover cantare la magnifica e voluttuosa cabaletta “Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia” in ginocchio nel bel mezzo della scena, con una camelia tra le mani. Un atteggiamento che si addice più ad una santa che ad una cortigiana.

Violetta possiede una profonda moralità, che stride con l’ipocrita e mercificata società che la circonda. Ma è pur sempre una donna dal nome “infamato” e dalla reputazione compromessa che, nella frastornante euforia d’un nascente primo vero amore, si trova ancora ad auto-compiacersi d’una vita di forsennato piacere.

Violetta non si libra gioiosa e lussuriosa sulla scena come una farfalla, le è concesso solo di sdraiarsi al suolo con fare sensuale sulla stretta finale della musica. Tutto ciò, irrimediabilmente, penalizza la Nuccio agli occhi del pubblico; “Non c’è stata abbastanza veemenza” rumoreggeranno nel foyer durante l’intervallo. Ma la critica sa, che l’errore sta a monte (nella regia e non nella cantante). La Valery, si redimerà e passerà stilisticamente a toni più pacati dolenti e angelici, ma ciò non deve riguardare  per alcuna ragione il I atto.

Il pubblico ha, tuttavia, molto gradito la staticità ieratica di coro e protagonisti nel momento clou del terzetto e del grande concertato che vanno a chiudere il II quadro del II atto. In quel caso, da critico avrei preteso dal regista un guizzo di genio, una nuova intuizione recitativa da legare ad un siffatta enorme scena.

Migliore l’idea registica applicata alla prima parte del III atto. Violetta rilegge la missiva con la quale il Signor Germont le chiede perdono del comportamento malevolo suo e di suo figlio Alfredo, e annuncia un loro subitaneo ritorno al suo capezzale. La Nuccio procede, su questo recitativo accompagnato, con voce fredda e asciutta. Si percepisce una Violetta ormai rassegnata, incapace di credere ancora a quelle parole. Subito dopo, tuttavia, la musica esplode e con un grido gutturale la nostra soprano piazza un vigoroso e straziante “E’ tardi!” seguito da uno strascico d’armonia “attendo, attendo, ne ha me giungon mai”.

 

E come se gli spasmi della tisi riaccendessero le pene del corpo ma altresì straripasse in quell’urlo anche la speranza di Violetta nel riabbracciare il suo Alfredo prima che sia troppo tardi.

Il coro, ha dipinto molto bene il gaudente e libertino popolo della notte che va a comporre le amicizie di Violetta. Un gruppo esilarante e vocalmente colorito di signori e signore, spesso alticci e desiderosi di lanciarsi in divertimenti, danze e giochi senza vergogne.

Buona la prova della soprano Piera Bivona nell’interpretazione quasi da caratterista di Flora Bervoixamica di Violetta e anche lei cortigiana d’alto borgo.

Anche il corpo di ballo ha avuto una sua piccola rappresentanza, con Giuseppe Bonanno e Monica Piazza. Nelle apparizioni dei due ballerini, al I atto una originale e inusuale coppia danzante a tempo di valzer, alle spalle di   Violetta e Alfredo e prima che si illanguidiscano nel duetto “croce e delizia”. Durante la festa di Flora, invece, i nostri artisti si sono esibiti nel ruolo metateatrale di se stessi, ovvero due ballerini ingaggiati per allietar gli amici ed intenti in una danza alla spagnola nLa Traviataelle vesti di torero e bailaora. Questa trovata coreografica, sebbene agile e piacevole, non ha stupito più di tanto, ricordando molto da vicino una vecchia regia di La Traviata a firma di Franco Zeffirelli. Con gli intermezzi ballabili si poteva fare qualcosa  di più.

Concludiamo con le sensazioni olfattive che hanno addensato le atmosfere di questa grande produzione Operistica.

Questa La Traviata è stata degnamente incorniciata da un profumo, il “Violetta Valery” appositamente creato dallo stilista francese Emanuel Ungaro e dall’esperto naso del creativo Alberto Morillas. 

Odor di muschi e di agrumi per il I atto, come se il verdeggiante giardino dipinto intorno al patio liberty, fosse fisico. E ancora afrore di fiori e di agrumi per la scena della campagna, come una finestra della serra rimasta aperta sull’umanità in tumulto che la popola. E poi la festa in casa di Flora, con la briosa e audace fragranza afrodisiaca (un ingrediente segreto!) che si insinua prepotente nelle narici stuzzicando i sensi. Per l’ultimo atto, leggerissimo e quasi portato allo sdegno sino a svanire come la vita di Violetta, un odor di rosa del deserto.

Ma è con la trascinante romanza di Violetta “Amami Alfredo!” nel I quadro del II atto, e cuore pulsante dell’eccentricità romantica in forma lirica de La Traviata, che le parfum di Ungaro e Morillas raggiunge il suo picco di propagazione in sala. Un dolcissimo effluvio ancor di rosa, a condurre una scena iconica dell’Opera. Un momento di grande teatro poli-sensoriale. L’odore di un bacio, che sa d’amor puro e genuino. Una sensazione indimenticabile. Probabilmente come quella provata da Julia Roberts, con il suo principe azzurro Richard Gere, nel film Pretty Woman quella prima volta all’Opera proprio beandosi della Traviata e del suo immane potenziale artistico.

Per le foto si  ringrazia sentitamente Rosellina Garbo.

Enrico Rosolino

Enrico Rosolino apre il suo cuore al mondo delle arti alla tenera età di 2 anni, allorquando assiste alla proiezione cinematografica del lungometraggio animato di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani. Ha inizio così un lungo percorso di scoperta e apprendimento nel variegato e sfaccettato mondo delle arti. Da piccolissimo si appassiona alla recitazione. Negli studi pone molta enfasi e impegno nelle materie umanistiche e, dunque, sceglie un liceo Classico. Durante l'adolescenza si diletta nella lettura ed interpretazione -a voce alta- dei classici greci. A 15 anni si avvicina concretamente al mondo della danza. Prende lezioni di balletto classico per 12 anni, e ad anni alterni segue dei corsi di danza moderna e contemporanea. L'arte coreutica diviene la sua più grande passione e territorio prolifico di ricerca. Si laurea allo STAMS di Palermo, e si specializza al DAMS di Bologna. Nel capoluogo emiliano affina e porta a più completa maturazione le sue conoscenze e il suo senso estetico e critico d'ambito teatrale. Viaggia molto, visita Parigi, New York, Londra, Barcellona, Copenaghen, Boston, Atene e molte altre città del mondo godendo di un approccio diretto e sentimentale con le di loro bellezze artistiche e culturali. Vive attualmente a Palermo e coltiva moltissimi interessi nei più svariati contesti. Per Verve si occuperà della rubrica dedicata al Teatro e agli eventi dal vivo.

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