Laura Morante rievoca la Notte di sfolgorante tenebra che ridusse al silenzio, alla follia, alla brutalità ed alla mestizia donne achee e troiane. Il suo reading teatrale è uno studio profondo, perfetto e autoriale della antica materia greca mitica e tragica.
Nelle guerre, siano esse intime o di potere, l’umanità fallisce. Nella saggezza fine ed ancestrale della Grecia antica, dei suoi miti e dei suoi tragediografi, troviamo il resoconto crudo e verace degli sconvolgimenti che esse procurano. E sono le donne, spesso e volentieri, il cuore pulsante di tali terribili resoconti, di volta in volta vittime mute o trascinanti carnefici. Laura Morante, nelle vesti di attrice e autrice, a mezzo di un reading teatrale, attraversa la Notte di sfolgorante tenebra di 6 iconiche figure femminili della cultura tragica greca.
Morante intona una Clitennestra autentica e contemporanea, viscerale e allo stesso tempo lineare nei suoi intenti e ragionamenti. Le lascia esporre i motivi dell’odio nei confronti del marito Agamennone. La voce mutante dell’attrice, diviene lieve e virginale, quando si affaccia alla scena Ifigenia, sacrificio vivente alla dea Artemide. Strappata alla madre e ferita mai rimarginata del suo cuore.
Clitennestra chiede se sia corretto “deplorare lei per la sua relazione extra-coniugiale con Egisto e non Agamennone vittorioso con le sue concubine schiave troiane al seguito”. Tra costoro vi è Cassandra, principessa troiana dagli inascoltati vaticini apollinei che Morante interpreta con guizzo vocale folle e caotico, nevrotico e festante, danzante nei picchi espressivi e nelle allocuzioni. Ella è schiava senza colpa dei suoi stessi doni di veggente e vittima innocente della follia privata di Clitennestra.
Elettra, la giovane figlia di Clitennestra, è divorata dal risentimento per la madre patricida. Morante le conferisce una voce bambina carica di un maestoso immutabile odio. Ella è vendicativa, quando ad Egisto, amante della madre, da del turpe infame dotato di una bellezza femminea che usa per stuprare e soverchiare subdolamente. Ed è allo stesso tempo misera, quando piange il tormento delle Erinni al quale i suoi stessi intenti di sangue hanno condannato l’amato fratello Oreste. A costei, si contrappone Ecuba, regina di Troia dai sogni rivelatori. Ella è anziana e vive un desiderio di vendetta inerme, privo di sfogo se non nella disperazione. Il suo pianto è la sua invettiva, la sua foga scevra d’arma. È l’Euripide delle due età: l’istinto, il capriccio e l’imperativo della giovane e l’immobilismo coatto d’una anziana il cui dolore resta inascoltato.
Infine Andromaca, moglie devota, dolce, casta e fedele del defunto Ettore. Morante ne delinea la modestia e la ritrosia, il dolore segreto e rassegnato nel conoscere la fine, truculenta, del figlioletto Astianatte. Con questo personaggio materno e carezzevole, la voce di Morante diventa gestuale. Le parole disegnano il tenero cullare del bambino tra le braccia della madre, prima della violenza ineluttabile.
Elena, la bellissima, è il personaggio sorprendente per antonomasia, in lei e per mezzo di Euripide, Morante sospende ogni giudizio. Il suo simulacro a Troia, durante la battaglia, il suo corpo al sicuro, in terra d’Egitto.
Nata nel mito dall’uovo deposto da Leda, ingravidata da Zeus nelle sembianze di cigno, è vissuta da semidea tra mille prodigi. Oppure donna mortale, figlia naturale di Leda e Re Tindaro, comune e come tale pedina nelle mani volubili e lunatiche degli Dei. La Elena a cui Laura Morante, ieratica nella postura, da vivida grandezza, si esprime con lucidità analitica, senza alcuna inflessione drammatica. Pronta a mentire, deliberatamente, come a proferire qualsivoglia verità con la purezza d’una bambina. Reclamando, agli astanti, assoluzione per tutte le colpe che le si addossano.
Il reading, limpido ed uniforme nella mise en scène (sei leggii avvolti da un drappo di diverso colore – bianco per Elena a volerne mostrare la neutralità smaliziata) si è retto tutto sulla eccellente e nota padronanza attoriale di Laura Morante. Il vocabolario usato dalla Morante autrice è drammaturgicamente forbito, sapientemente articolato nella prosa, emotivamente appassionato. Il pathos emanato dall’attrice è stato accompagnato dal vento, elemento naturale che ha gonfiato l’abito dell’interprete e disperso i fogli dei monologhi in giocosi vortici fuori programma, nonché sospinto dalle note gravi, aggraziate e solenni di Bach, Haendel, Bach e Gliere sulle corde del violino di Davide Alonga e del violoncello di Luca Provenzani.
Vervemagazine Lifestyle, cultura, spettacolo ed eventi
